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Palestina: le posizioni arabe di fronte alle loro contraddizioni
di Laurent Luboya
Le critiche che alcuni politici e media arabi rivolgono a Félix Tshisekedi, presidente della Repubblica Democratica del Congo, in seguito al suo viaggio in Israele e alla decisione annunciata di trasferire l'ambasciata congolese da Tel Aviv a Gerusalemme, non presentano forse un aspetto profondamente contraddittorio, sia sul piano morale che su quello politico?
Perché?
Quegli stessi paesi arabi che oggi criticano la RDC sono, in alcuni casi, gli stessi che intrattengono strette relazioni economiche, diplomatiche e militari con Israele. Sono anche gli stessi Stati che, da anni, assistono alla tragedia del popolo palestinese senza adottare misure all'altezza delle loro dichiarazioni.
I palestinesi vengono massacrati, sfollati e privati dei loro diritti sotto i loro occhi; eppure, molti dei loro governi continuano a mantenere relazioni con Israele e a privilegiare i propri interessi strategici.
Nel frattempo, l'unico Stato del Medio Oriente che offre costantemente un sostegno politico e militare significativo alla causa palestinese è l'Iran – il quale, tuttavia, non è un paese arabo ed è esso stesso oggetto di forte ostilità da parte di diversi Stati arabi.
Si tratta di una contraddizione che è difficile non rilevare.
Non solo: molti di questi Stati arabi beneficiano della protezione militare e strategica degli Stati Uniti, nonostante Washington sia stata il primo paese a trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme e rimanga, da decenni, uno dei principali sostenitori militari e diplomatici di Israele.
A questo punto sorge spontanea una domanda: qual è la coerenza politica e morale di queste critiche rivolte a Félix Tshisekedi?
È ovviamente possibile criticare la decisione congolese, in particolare riguardo allo status internazionale di Gerusalemme. Tuttavia, per essere credibili, occorre applicare gli stessi principi a tutti, e non soltanto a un presidente africano che adotta una decisione diplomatica scomoda.
La questione non è dunque se Tshisekedi debba essere criticato o meno. Il vero interrogativo è perché alcuni di coloro che oggi lo criticano accettino, al contempo, relazioni molto più strette con Israele senza mostrare la stessa fermezza quando si tratta di difendere i palestinesi.
La Palestina merita ben altro che indignazioni selettive e lezioni di morale a geometria variabile.
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