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Pestaggi di accoglienza
di Rosa Rinaldi
Un articolo di Hareetz ha ricostruito la dinamica di un omicidio attraverso le parole degli assassini. Si parla di pestaggi orribili avvenuti nella prigione di Ktzi'ot, nel 2023 che sono costati la vita ad Taar Abu Asab.
La sua colpa? Aver chiesto se era in corso un cessate il fuoco.
Quella sera, al momento della "conta" dei prigionieri, diversi secondini e militari dei gruppi speciali hanno avuto l'ordine di entrare nella cella e di massacrare i detenuti. Letteralmente.
Su Haaretz הארץ si legge:
"Di ciò che accadde nella cella 6 del reparto 24 della prigione di Ktzi'ot, nel novembre 2023, a raccontare la storia fu inizialmente soltanto il sangue versato. Tra le persone coinvolte quella notte prevalse il consueto patto del silenzio che regna generalmente nelle carceri. Ma i messaggi WhatsApp scambiati in tempo reale dai carcerieri, sequestrati dagli investigatori, hanno fatto emergere parte di quell'orrore".
Alcune testimonianze:
"Sono arrivati 15 carcerieri e 15 uomini di Keter, l'unità speciale del Servizio penitenziario. Hanno chiamato Taar per nome e l'unità Keter è entrata nella cella.
Ci hanno picchiati per cinque minuti con i manganelli, tutti quelli che erano nella stanza. Dicevano: “Non c'è nessun cessate il fuoco”.
.... Eravamo tutti a pezzi per terra. Taar non si alzava, era privo di sensi. Era quello che aveva preso più botte. Aveva sangue addosso e tutta la faccia era diventata blu. Aveva le mani insanguinate».
Un altro detenuto raccontò:
«Sentivo soltanto urla e botte.
Sono stati picchiati tutti, ma Taar è stato quello che ne ha prese di più. Gli hanno dato un colpo alla testa. Aveva la faccia completamente blu e segni sulle mani. Non reagiva».
Quella sera stessa, i carcerieri si scambiano messaggi WhatsApp:
"Sarai fiero di me, durante il mio turno. Per quello che è successo, la conta è durata due ore e 23 minuti! Trai tu le conclusioni», scrisse una delle carceriere al compagno, anche lui carceriere. Poi aggiunse:
«In questo momento stanno facendo la rianimazione in infermeria, amore! Speriamo che muoia quel figlio di mille puttaneeee».
Un altro carceriere raccontò con entusiasmo:
«Mamma mia, che conta! Gli abbiamo fatto un culo così».
Una terza scrisse a un'amica:
«Che conta pazzesca, una cosa così non si era mai vista. Abbiamo versato formaggio su di loro, rotto uova. Quanto sangue c'è nei reparti». Poco dopo aggiunse:
«Oddio, stanno rianimando un detenuto per le botte che gli abbiamo dato. Sta morendo. Ascolta, è assurdo come sia successo tutto in un attimo: boom, il conteggio, boom, il detenuto è morto».
Il capitano interrogato a proposito se ne esce con queste parole:
"Se a casa mi hanno educato a credere in una certa cosa, e questa cosa è la violenza contro questa feccia, allora questi sono i valori che ho ricevuto. E io li seguirò fino in fondo. Non mi importa di consegnare il tesserino e andarmene".
Nel dicembre 2023, circa un mese dopo la morte di Abu Asab la carceriera Oshrit Eliga scrisse a un'amica parlando dell'arrivo di nuovi detenuti:
«Hanno catturato per strada alcuni figli di Amalek.
Sono seduti per terra, in mutande e bendati. Io mi sto già preparando, insieme al mio turno, per la loro accoglienza di questo sabato. Faremo un'accoglienza dello Shabbat come si deve».
L'amica rispose ridendo:
«Ahahah, il tuo manganello è ancora in buone condizioni?».
Eliga rispose:
«Il mio manganello, dopo un numero non indifferente di disinfezioni».
Poi aggiunse:
«Immagina me e te dietro il divisorio con due detenuti ammanettati, mano nella mano, e il comandante del turno che ci dice: “Prendilo e scatenati”. Mamma miaaa, te lo giuro, ti saresti divertita con me qui».
L'amica, incredula, rispose:
«Dai, sul serio li picchi Fisicamente?!».
Eliga confermò:
«Magari avessi un modo per dimostrartelo, per farti vedere qualcosa. Te lo giuro, sorella mia, li massacro. Non mi hai mai conosciuta così. È routine. A ogni nuovo gruppo, se non gli si è spaccato qualche rene, per me non entra nel reparto».
In un'altra conversazione dello stesso mese, Eliga scrisse al compagno Tamer Trudy:
«Abbiamo ricevuto altri 70 “cattivi” del 7 ottobre. Naturalmente ognuno ha ricevuto un'accoglienza personale, e alcuni in coppia per via della quantità limitata di manette».
Tamer Trudy rispose:
«Ahahah, che bello che ci sia sempre un'accoglienza».
Eliga:
«E siccome ormai ci siamo stancati delle botte, il comandante si è tolto la cintura dei pantaloni e li ha massacrati. E le urla, come femmine: minimo, erano un sacco da boxe».
Il giornalista israeliano Itsik Zuarets commenta così la tranquillità e naturalezza con cui i carcerieri raccontano le loro violenze:
"Una persona che leggesse la corrispondenza senza conoscerne il contesto potrebbe pensare che si tratti di una conversazione tra Wilhelm Boger, vicecomandante del Blocco 11 di Auschwitz, e il suo superiore, Maximilian Grabner, due tra i più crudeli criminali nazisti, che torturavano i prigionieri ebrei con metodi privi di qualsiasi compassione e pietà, con un unico obiettivo: provocare sofferenza. Cercate informazioni sulla «altalena di Boger».
La cosa fantastica è che questa naturalizzazione della violenza è ormai un processo cristallizzato anche da noi, dove i fans di Israele intimano di "smetterla" non a chi compie questi crimini, ma a chi li denuncia. E parliamo anche di soggetti che ricoprono posti rilevanti in settori di (pseudo) cultura.
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