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08 settembre 2026
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7 ottobre: 13 giorni prima
di Edoardo Morello

Quarantacinque minuti al telefono, fine settembre 2023. Da una parte Abu Dhabi, dall'altra Gerusalemme. Mohammed bin Zayed che sceglie le parole con la cura di chi sa che ogni frase, in quella regione, può diventare un dossier. Dice a Netanyahu che Sinwar sta preparando qualcosa di grosso. Un evento, lo chiama.

Consiglia di allentare la pressione su Gaza, di trovare un'apertura economica, di raffreddare la Cisgiordania prima che tutto scoppi. Netanyahu ascolta, ringrazia, rassicura. Israele è pronto a ogni scenario, dice. Il problema, aggiunge, è la Cisgiordania: è lì che stiamo spostando le forze.

Tredici giorni dopo, il sette ottobre, il problema non era la Cisgiordania.

Questo è il cuore dell'inchiesta che Haaretz ha pubblicato martedì, anticipando il libro di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, Hostages: 843 Days of Abandonment.

Non è la prima crepa che si apre nel racconto ufficiale del sette ottobre come fulmine a ciel sereno. Già si sapeva che il capo dell'intelligence egiziana, Abbas Kamel, aveva avvertito Netanyahu di un'operazione terrificante in arrivo.

La risposta, secondo Yedioth Ahronoth, fu identica nella sostanza: a Gaza siamo nel quadro, siamo in controllo, il problema è la Cisgiordania.

Due canali diplomatici diversi, lo stesso avvertimento, la stessa formula di rigetto. Non distrazione, quindi. Non un buco nell'intelligence. Una scelta, ripetuta due volte, di guardare altrove.

E qui il testo smette di essere cronaca e diventa domanda politica. Perché un governo ignora due allerta convergenti su un attacco imminente? La risposta più comoda, quella della negligenza, regge fino a un certo punto: la negligenza è un evento, non una sequenza coerente. Quello che l'inchiesta mette in fila, invece, ha la forma di un interesse.

Netanyahu arrivava a quell'autunno con una coalizione che si reggeva sull'estrema destra messianica, un processo per corruzione aperto, mesi di piazze piene contro la riforma della giustizia che minacciava di travolgerlo.

Un evento capace di ricompattare il paese attorno alla sicurezza nazionale non era, per quel governo, uno scenario da temere in astratto. Era, semmai, l'unico scenario che rimetteva in ordine le priorità politiche interne, spostando il fuoco dalle piazze israeliane al fronte di Gaza.

C'è poi un secondo strato, meno raccontato, che l'inchiesta riporta con altrettanta nettezza. All'inizio del 2023 esistevano colloqui indiretti tra Israele e Hamas: alleggerimento del blocco, apertura economica per la Striscia, scambio dei corpi e degli ostaggi israeliani trattenuti dal 2014 e dal 2015 contro prigionieri palestinesi. Trattative concrete, non un'ipotesi accademica. Si arenano ad agosto, quando Netanyahu rinvia il comitato che avrebbe dovuto approvare il rilascio dei prigionieri.

È a quel punto che Sinwar, secondo un mediatore palestinese, fa arrivare un messaggio che oggi suona come una premonizione mancata: dite loro di aspettarsi uno zilzal, un terremoto. In un incontro successivo, rilancia: sto preparando la madre di tutte le sorprese, un'operazione terrificante, qualcosa di straordinario. Anche questo, secondo l'inchiesta, arriva a Netanyahu e a bin Zayed. Anche questo viene derubricato.

E infine il dettaglio che più di ogni altro smonta la narrazione della guerra come risposta necessaria e senza alternative: nell'immediato dopo sette ottobre, Hamas offre di liberare tutti i civili rapiti senza contropartita. Israele rifiuta.

Da lì in avanti la liberazione degli ostaggi diventa merce di scambio in una trattativa che dura mesi, mentre a Gaza si apre la fase che l'informazione internazionale, i tribunali e le organizzazioni per i diritti umani hanno progressivamente definito come genocidio.

Il rifiuto di quell'offerta iniziale non è un dettaglio tecnico: è la prova che, fin dai primi giorni, gli ostaggi non erano la priorità assoluta che la propaganda ha costruito.

Bisogna dirlo con la precisione che il tema impone, perché qui il confine tra fatto accertato e interpretazione è quello su cui si gioca tutta la credibilità del ragionamento. Che le allerta siano arrivate e siano state ignorate è, secondo l'inchiesta, un fatto documentato da tre fonti straniere indipendenti che confermano il contenuto della telefonata.

Che Israele abbia rifiutato l'offerta di rilascio dei civili è riportato con la stessa solidità. Che da questi due fatti derivi un interesse geopolitico preciso, quello di un conflitto capace di rilegittimare un governo in crisi e di aprire la strada a un'operazione militare di riconquista e ridisegno di Gaza, è invece una lettura, per quanto sostenuta da una coerenza temporale difficile da liquidare come coincidenza.

Netanyahu, va detto, nega che la telefonata con bin Zayed sia mai avvenuta e nega di aver ricevuto alcun avvertimento.

Resta un'immagine, e forse è quella che va tenuta più stretta di ogni analisi: un uomo al telefono che ascolta un capo di stato amico dirgli che il disastro sta arrivando, e che sceglie di continuare a guardare nella direzione sbagliata. Non per ingenuità. Per calcolo, forse. O per qualcosa a metà tra i due, che la storia, quando finalmente si scriverà per intero, dovrà avere il coraggio di chiamare con il suo nome.

Fonti: Middle East Eye, Haaretz, Hostages: 843 Days of Abandonment (Eldar e Yuval), Yedioth Ahronoth

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