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Francesca Albanese: Israele distrugge le prove del genocidio
di Gabriella Mira Marq
La relatrice ONU Francesca Albanese ha avvertito che la rimozione delle ingenti quantità di macerie a Gaza, prima del recupero dei corpi e della documentazione delle prove, potrebbe ostacolare l'accertamento delle responsabilità per crimini atroci, incluso il genocidio.
Albanese ha dichiarato che la rimozione delle macerie deve seguire un piano elaborato dai palestinesi e ha avvertito Stati e aziende che la distruzione di prove potrebbe comportare responsabilità penali.
"Nella Gaza devastata, le macerie non sono solo rifiuti edili. Sono parte di una scena del crimine, un cimitero e la testimonianza materiale di quanto accaduto durante una brutale e insensata campagna di bombardamenti durata due anni", ha dichiarato Albanese.
"Le operazioni in corso di rimozione, frantumazione e spostamento delle macerie a Gaza non devono distruggere prove di crimini internazionali né impedire il recupero e l'identificazione di resti umani nell'enclave sotto assedio", ha aggiunto.
L'ONU stima che la guerra condotta da Israele abbia generato circa 61 milioni di tonnellate di rottami e detriti in tutta Gaza; la loro rimozione potrebbe richiedere anni.
Le stime palestinesi citate lunedì indicano in oltre 8.000 il numero di persone ancora sepolte sotto le macerie, mentre altre stime palestinesi collocano tale cifra al di sopra delle 10.000 unità.
Albanese ha affermato che il recupero e l'identificazione dei resti umani devono precedere le operazioni di sgombero delle macerie su larga scala.
Ha inoltre chiesto una documentazione e una conservazione sistematiche delle prove materiali prima che i detriti vengano spostati, frantumati o smaltiti, sostenendo che gli investigatori penali internazionali dovrebbero supervisionare le operazioni di raccolta delle prove.
"Distruggere le prove di crimini atroci è illegale", ha dichiarato Albanese.
Il suo monito non si rivolge soltanto alle autorità israeliane che eseguono o supervisionano le operazioni di sgombero.
Albanese ha affermato che gli Stati e le aziende private coinvolti nella rimozione delle macerie potrebbero incorrere in responsabilità penale internazionale qualora le loro azioni portassero alla distruzione di prove relative a crimini internazionali.
Ha riferito che diverse fonti hanno segnalato il coinvolgimento di aziende israeliane nelle operazioni di sgombero, pur senza rendere noti pubblicamente i nomi di tali società.
Albanese ha inoltre insistito sul fatto che debbano essere i palestinesi stessi a stabilire come gestire le macerie di Gaza nell'ambito di qualsiasi processo di ricostruzione.
"Qualsiasi operazione di rimozione deve avvenire nel quadro di un piano ideato dai palestinesi e sostenuto da attori che godono della fiducia dei palestinesi", ha affermato.
L'esperta dell'ONU ha sostenuto che la ricostruzione non può prescindere dalla necessità di preservare la testimonianza materiale di quanto accaduto durante l'offensiva israeliana.
La ricostruzione di Gaza, ha aggiunto, non deve essere "condizionata alla cancellazione del suo passato e delle prove necessarie per garantire giustizia alle vittime".
La questione è di particolare rilevanza, dato che migliaia di palestinesi risultano ancora dispersi sotto le macerie di case ed edifici distrutti.
Il mese scorso, secondo quanto riportato dalla Reuters, un'operazione di recupero condotta da palestinesi tra le macerie di Gaza City ha portato al ritrovamento dei resti di 112 persone appartenenti alla stessa famiglia allargata.
La portata della distruzione rappresenta un'enorme sfida materiale, ancor prima di prendere in considerazione la questione della conservazione delle prove. Secondo stime delle Nazioni Unite citate dalla Reuters, a Gaza si accumulano ormai circa 61 milioni di tonnellate di macerie.
La loro rimozione potrebbe richiedere sette anni.
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