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Libano: Israele punta a rendere il sud inabitabile
di Edoardo Morello
Nel Libano meridionale Israele distrugge case, acquedotti, ambulatori e uliveti. Il bersaglio sembra essere la possibilità stessa del ritorno.
Un ulivo può sopravvivere per secoli. Passa dai nonni ai nipoti, continua a produrre mentre intorno cambiano confini, governi e guerre. Nel Libano meridionale indica una famiglia, una storia, una porzione di terra riconosciuta da tutti. Non serve un catasto per sapere a chi appartiene. Basta chiedere chi lo ha potato, chi ha raccolto le olive, chi ha steso le reti sotto i rami. Quando quell’albero viene bruciato o sradicato, la perdita supera il raccolto di un anno. Si interrompe una discendenza.
L’inchiesta "Making Southern Lebanon Unlivable", pubblicata il 21 agosto 2026 da Lighthouse Reports insieme al Financial Times, parte dalle immagini satellitari e arriva a una conclusione difficile da aggirare. Nel Libano meridionale le forze israeliane hanno distrutto abitazioni, scuole, strade, strutture sanitarie, terreni agricoli, boschi e sistemi idrici su una scala che non sembra spiegabile con la sola necessità di colpire le postazioni di Hezbollah.
L’elemento più grave riguarda il momento in cui molte demolizioni sono avvenute. I ricercatori hanno analizzato immagini Sentinel-2 riprese tra marzo e luglio 2026, confrontandole ogni due settimane. Il 65 per cento degli indicatori di distruzione compare dopo il cessate il fuoco del 16 aprile, quando numerosi villaggi erano già stati svuotati e si trovavano sotto il controllo militare israeliano. Interi settori di Khiam, Taybeh, Bint Jbeil e Haddatha sono stati cancellati mediante bombardamenti e demolizioni controllate. Il Consiglio nazionale libanese per la ricerca scientifica stima quasi 85.000 abitazioni danneggiate o distrutte. La valutazione potrebbe essere incompleta, perché una parte del territorio resta inaccessibile.
Israele sostiene di voler eliminare infrastrutture e depositi di Hezbollah e proteggere le comunità israeliane vicine al confine. La presenza militare del movimento sciita nel Libano meridionale è reale. Sono reali anche i suoi attacchi contro Israele. Ma una postazione armata può essere smantellata senza cancellare la piazza del paese, il pozzo, la scuola, la clinica e le case già abbandonate. Quando la demolizione continua dopo la conquista del territorio, la parola sicurezza comincia a coprire un’altra operazione: produrre spazio vuoto.
Gli antropologi hanno studiato a lungo la casa come luogo di relazioni. Una casa non coincide con i muri che la sorreggono. Contiene la posizione dei corpi a tavola, le fotografie, le visite dei vicini, i rumori riconosciuti nel sonno. Conserva i rapporti tra vivi e morti. Stabilisce chi appartiene a un luogo e chi viene accolto. Demolirla significa colpire una rete sociale che nessun prefabbricato potrà restituire.
Per questa ragione si usa il termine domicide, l’uccisione della casa. Nel febbraio 2026 una relazione delle Nazioni Unite ha descritto il "domicidio come distruzione sistematica delle abitazioni e delle infrastrutture civili" (https://www.un.org/unispal/document/domicide-report-26feb26/), capace di rendere intere popolazioni senza dimora e di ridurne il controllo sul territorio. Il concetto non riguarda il danno accidentale provocato da un combattimento. Indica la casa trasformata in bersaglio politico, perché distruggere la possibilità di abitare modifica la composizione umana di un’area.
Il Libano meridionale mostra questa logica con particolare chiarezza. Il villaggio non è un insieme casuale di edifici. È un sistema fatto di parentela, aiuto reciproco, lavoro agricolo, feste religiose, matrimoni, funerali. Le famiglie possono fuggire da un bombardamento e continuare a considerarsi parte del paese. Possono tenere le chiavi, conservare i documenti, telefonare ai vicini e prepararsi al ritorno. Ma se trovano la casa rasa al suolo, il pozzo inutilizzabile, il campo contaminato e l’ambulatorio chiuso, il ritorno smette di essere un diritto praticabile. Rimane una parola.
A Kfar Kila vivevano circa 5.500 persone. Un "reportage della Reuters" ha raccontato la distruzione quasi completa del villaggio attraverso le voci degli abitanti espulsi. Le loro memorie non si fermano agli edifici. Parlano di agricoltura, riunioni familiari, ricorrenze e luoghi condivisi. È questo che muore quando un paese viene cancellato dalla mappa concreta, anche se il suo nome continua a comparire su Google Maps.
L’acqua rende ancora più evidente il progetto del vuoto. Secondo i dati raccolti da Lighthouse Reports, almeno 2.500 chilometri di condutture, pozzi e infrastrutture per la raccolta e la distribuzione sono stati distrutti. Senza acqua non si torna, non si coltiva e non si ricostruisce. Un tubo spezzato può avere conseguenze più durature di una postazione militare. L’esercito passa. La sete rimane.
Lo stesso vale per gli uliveti. Il sud produceva circa il 40 per cento delle olive libanesi. Decine di migliaia di alberi dovranno essere ripiantati. Alcuni impiegheranno anni prima di dare frutti. Altri non verranno sostituiti perché i proprietari sono dispersi, impoveriti o esclusi dalle loro terre.
Nell’agosto 2026 il Guardian ha raccolto testimonianze di vigili del fuoco e residenti che accusano Israele di avere provocato incendi con munizioni incendiarie, fosforo bianco e razzi, ostacolando poi gli interventi nelle zone sottoposte a controllo militare. Israele afferma di usare questi mezzi per eliminare la vegetazione che potrebbe coprire attività di Hezbollah e sostiene di cercare di limitare i danni ambientali. "Gli incendi documentati hanno comunque investito boschi, campi e uliveti secolari" (https://www.theguardian.com/.../israel-deliberately...).
La distruzione ambientale viene spesso trattata come un effetto secondario della guerra. Per chi vive di quella terra è una forma di espulsione. Il campo garantisce reddito, ma offre anche posizione sociale e continuità. Il calendario agricolo organizza il tempo collettivo. La raccolta delle olive porta insieme persone che durante l’anno vivono altrove. I bambini imparano quali alberi appartenevano ai nonni. Il paesaggio diventa archivio, senza scaffali e senza targhe. Bruciarlo significa distruggere prove di appartenenza che non possono essere portate in valigia.
Anche gli attacchi contro l’assistenza sanitaria seguono una logica che supera il singolo episodio bellico. Il ministero della Salute libanese riferisce che 135 operatori sanitari sono stati uccisi mentre lavoravano. Insecurity Insight ha registrato più di trenta attacchi ripetuti sullo stesso luogo, quelli che nel gergo militare vengono chiamati double tap, triple tap e perfino quadruple tap. Il primo colpo ferisce. Quelli successivi raggiungono chi arriva per soccorrere. Lighthouse Reports ha verificato e geolocalizzato dieci di questi episodi.
Colpire un’ambulanza produce paura ben oltre il punto dell’esplosione. Dice agli abitanti che nessuno verrà a prenderli, ai soccorritori che curare può costare la vita, alle famiglie che il ferito dovrà essere trasportato con mezzi propri. Una comunità privata della possibilità di soccorrere perde fiducia nel proprio futuro. Il messaggio entra nelle case rimaste in piedi: andatevene prima che tocchi a voi.
La fascia di sicurezza che Israele sta costruendo nel sud del Libano appartiene a una storia mediterranea più ampia. I poteri coloniali hanno spesso cercato di controllare il territorio separando le popolazioni dalla terra, ridisegnando villaggi, imponendo strade militari, distruggendo colture e regolando gli accessi all’acqua. La violenza non passa sempre attraverso l’uccisione immediata. Può amministrare lentamente le condizioni dell’esistenza, decidendo chi può abitare, coltivare, curare e seppellire i propri morti.
Gaza, la Cisgiordania e il Libano meridionale non sono territori identici. Hanno storie, strutture politiche e conflitti diversi. Tuttavia ricorre una tecnica riconoscibile: svuotare una zona, distruggerne le infrastrutture, impedire o ritardare il ritorno, presentare il nuovo vuoto come condizione necessaria alla sicurezza israeliana. La frontiera smette così di essere una linea. Diventa una terra bruciata abbastanza larga da tenere lontani gli altri.
Le immagini satellitari non possono dimostrare da sole l’intenzione giuridica di ogni demolizione. Le cifre delle autorità libanesi devono essere sottoposte a verifica e l’accesso indipendente alle zone occupate resta limitato. Anche il ruolo militare di Hezbollah merita un esame più ampio di quello offerto dall’inchiesta. Questi limiti non cancellano il dato centrale. Villaggi già vuoti e controllati sono stati demoliti dopo il cessate il fuoco. L’acqua è stata tagliata. Gli ulivi sono bruciati. Le strutture sanitarie sono state colpite.
Chiamarla guerra rischia di essere insufficiente. La guerra combatte anche per conquistare un territorio. Qui si lavora perché quel territorio non possa più essere vissuto da chi lo abitava. Prima si mandano via le persone. Poi si distrugge ciò che potrebbe richiamarle a casa.
Alla fine resta la cenere. E qualcuno, davanti a quella cenere, traccia una nuova linea sulla carta e la chiama sicurezza.
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