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04 settembre 2026
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Israele ammette detenzione illegale per libanese liberato dopo 11 mesi
di Tamara Gallera

Israele ha trattenuto il cittadino libanese Malik Kamal Razi per quasi 11 mesi senza formulare accuse, per poi rilasciarlo dopo che un'indagine non ha trovato prove che collegassero lui o altri a qualsiasi organizzazione. Prima del suo rilascio, i media ufficiali israeliani avevano descritto Razi come un "membro di Hezbollah".

L'avvocato e parlamentare libanese Melhem Khalaf ha dichiarato all'agenzia Anadolu che il rilascio di Razi e di altri cittadini libanesi prelevati da Israele negli ultimi due anni non annulla il loro diritto di chiedere indagini, l'accertamento delle responsabilità e risarcimenti per le violazioni subite durante la detenzione. Giovedì, Israele ha consegnato Razi all'esercito libanese tramite il Comitato Internazionale della Croce Rossa al valico di Naqoura; si è trattato del primo rilascio dall'avvio dei negoziati mediati dagli Stati Uniti tra Beirut e Tel Aviv, iniziati lo scorso aprile. Il rilascio rientrava in una decisione riguardante cinque persone detenute da Israele in Libano.

L'ufficio del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che un'indagine ha dimostrato che essi "non appartengono ad alcuna organizzazione terroristica, non sono stati coinvolti in attività terroristiche e non vi è alcuna giustificazione per la loro continua detenzione". La dichiarazione equivale a un'ammissione del fatto che l'esercito israeliano ha effettuato "arresti arbitrari" in Libano e conferma che tali arresti – definiti "rapimenti" da Beirut – sono stati eseguiti prima ancora di disporre di prove sufficienti a stabilire un collegamento tra i detenuti e attività armate.

Evidenzia inoltre la contraddizione tra la descrizione di Razi come "membro di Hezbollah" da parte dell'emittente pubblica israeliana – priva di qualsiasi riscontro probatorio – e il successivo annuncio dell'ufficio di Netanyahu, secondo cui l'indagine non aveva dimostrato l'affiliazione delle persone rilasciate ad alcuna organizzazione.

Razi, nato nel 2005, è originario di Ain Ata, nel distretto di Rashaya (Libano orientale). Il 12 ottobre 2025 era uscito in moto per fare attività fisica in una zona montuosa vicino al suo paese natale, quando si sono perse le sue tracce. La sua moto è stata ritrovata in seguito, spingendo residenti e volontari a organizzare delle ricerche.

Successivamente è emerso che si trovava in custodia israeliana. Durante i quasi 11 mesi di detenzione, Israele non ha formulato accuse contro di lui né lo ha condotto davanti a un tribunale. Una fonte ufficiale libanese ha riferito all'agenzia Anadolu che Israele avrebbe dovuto consegnare altri quattro detenuti – tra cui due siriani – alla Croce Rossa presso il valico di Naqoura, venerdì alle 11:00 ora locale (08:00 GMT). Successivamente, essi sarebbero stati trasferiti all'esercito libanese per essere sottoposti a controlli medici prima di essere riconsegnati alle rispettive famiglie.

Il caso di Razi non è isolato. La Commissione nazionale per i diritti umani del Libano ha documentato, in un atto ufficiale emesso il 15 dicembre 2025, l'arresto e la sparizione di cittadini libanesi impegnati in attività civili. Il documento si basava su informazioni fornite dalle famiglie, testimonianze dirette e dati confermati da organismi nazionali e internazionali, in assenza di informazioni ufficiali da parte di Israele circa il luogo di detenzione e lo status giuridico delle persone coinvolte.

Tra i casi figurano due infermieri arrestati ad Aita al-Shaab nel novembre 2024 e due lavoratori fermati mentre si recavano al lavoro – un'attività di natura civile – a Wadi al-Hujeir il 19 dicembre 2024. La Commissione ha inoltre documentato il fermo di due pescatori al largo di Naqoura, avvenuto rispettivamente il 2 febbraio e il 4 giugno 2025. Un pastore è stato arrestato mentre accudiva il gregge nella zona del Monte Hermon il 7 giugno 2025, mentre altre persone sono state prelevate dalle proprie abitazioni o mentre facevano ritorno ai loro villaggi dopo il cessate il fuoco.

Secondo la Commissione, gli episodi documentati – in particolare quelli verificatisi dopo il cessate il fuoco e nel corso di attività civili – configurano una "detenzione arbitraria" in violazione dell'Articolo 9 del Patto internazionale sui diritti civili e politici. L'organismo ha inoltre segnalato casi che potrebbero costituire "sparizione forzata" e trasferimento illegale di detenuti in Israele, in violazione dell'Articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra, oltre a possibili violazioni riguardanti torture e negazione di cure mediche.

Nel febbraio 2026, l'organizzazione indipendente di ricerca e difesa dei diritti "Legal Agenda" ha documentato 22 casi di cittadini libanesi catturati o rapiti ancora in vita, a fronte di altri 42 di cui non si avevano notizie. A maggio, a seguito di nuove operazioni israeliane, il numero di persone documentate come prelevate vive è salito ad almeno 30. Nel dicembre 2025 è stata lanciata la campagna "Call for Freedom" (Appello per la libertà) a sostegno dei prigionieri e delle persone rapite libanesi. L'iniziativa ha organizzato attività con la partecipazione delle famiglie per chiedere informazioni sulla sorte dei loro cari e sollecitarne il rilascio.

L'ex detenuto e accademico Nabih Awada, esperto di questioni israeliane, ha dichiarato all'agenzia Anadolu che 36 prigionieri libanesi sono "vivi nelle carceri israeliane", citando il Comitato dei rappresentanti dei prigionieri e le autorità libanesi competenti. Israele ha dichiarato di trattenerne 33, ha affermato Awada. 21 di loro sono stati arrestati dopo l'entrata in vigore dell'accordo di cessate il fuoco, il 27 novembre 2024, mentre tentavano di fare ritorno ai propri villaggi, e che sei detenuti sono stati sottoposti a processo in Israele. Awada ha osservato che tra i sette e i dieci detenuti sono classificati da Israele come membri della "Forza Radwan" di Hezbollah, il che significa che Tel Aviv non include i restanti detenuti in tale categoria.

L'ufficio di Netanyahu ha collegato il rilascio alle ricerche dei resti di membri della comunità ebraica rapiti e uccisi in Libano a metà degli anni '80, affermando che la decisione è stata presa "alla luce" delle ricerche sul campo condotte da entrambe le parti. Fonti ufficiali libanesi, tuttavia, hanno riferito all'agenzia Anadolu che il rilascio è avvenuto nel contesto di contatti tra il presidente libanese Joseph Aoun e Washington, volti a fare pressione su Israele affinché rispettasse il cessate il fuoco, rilasciasse i prigionieri e si ritirasse dal territorio libanese.

Il Primo Ministro libanese Nawaf Salam si è impegnato, in seguito al rilascio di Razi, a continuare a seguire la questione finché tutti i detenuti non saranno liberati e non sarà chiarita la sorte dei dispersi. Lo Stato libanese considera i civili detenuti da Israele all'interno del territorio libanese come persone rapite piuttosto che come prigionieri di guerra coinvolti in uno scambio di prigionieri, soprattutto perché il Libano non detiene cittadini israeliani in cambio.

L'avvocato e deputato libanese Melhem Khalaf ha dichiarato che, quando sono soddisfatte le condizioni per lo status di prigioniero di guerra, il detenuto beneficia delle tutele previste dalla Terza Convenzione di Ginevra, mentre i civili detenuti in conflitti armati internazionali rientrano nell'ambito della Quarta Convenzione di Ginevra. Entrambe le convenzioni garantiscono un trattamento umano, la protezione da torture e maltrattamenti, assistenza medica, comunicazioni con le famiglie e garanzie per un giusto processo. Khalaf ha sottolineato che il rilascio di un detenuto non fa venire meno il suo diritto di chiedere un'indagine, l'accertamento delle responsabilità e un risarcimento per eventuali violazioni subite, e che definire una persona "detenuto" o "prigioniero" non ne legittima la detenzione.

La detenzione prolungata di individui senza accuse o processi non riguarda solo il Libano. Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato la ricorrenza diffusa di questa pratica nei confronti dei palestinesi della Striscia di Gaza. Israele si avvale della "Legge sui combattenti illegali" del 2002 per detenere individui per periodi rinnovabili senza formulare accuse formali.

Secondo Amnesty International, la legge è stata inizialmente utilizzata per detenere due cittadini libanesi, prima di essere applicata su larga scala ai detenuti provenienti da Gaza.

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