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04 settembre 2026
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Incompatibile
di Rossella Ahmad

Ho utilizzato gli ultimi giorni di agosto - pochi - per disintossicarmi dalle brutture, dalle infamie, dalle semplici banalità che hanno aggredito per tutta l'estate la mia permanenza sui social, rendendola una fatica immane, a cui sottrarmi il più possibile.

Non è stato difficile riposare. In un paese normale, abitato da gente normale, si può.

Eppure mi sono disintossicata nel paese che è stato la prima vittima dei delinquenti in giacca e cravatta di Bruxelles, il cui governo non è migliore del nostro, casualmente - o forse no - il paese che rappresenta anche visivamente ciò che di più vicino alla Palestina io conosca, esclusi quelli mediorientali, ovviamente.

(Osserva, taci, ricorda. Sogna. Onde che si allungano e poi si ritraggono, fino a toccare idealmente la terra violata. La vedi. Raccogli le sue lacrime dal mare. L'orizzonte è lo stesso. Un braccio ci separa).

Mi sono crogiolata tra i silenzi, la lentezza, gli olivi a perdita d'occhio, le scogliere drammatiche a picco sul blu, i cieli sereni, l'ospitalità come marchio di fabbrica del levante, il senso straordinario di libertà che immediatamente provi non appena varchi i confini di questo paese barzelletta, impaludato in una cortina di odio e frustrazione, attraversato da spinte regressive di inciviltà e violenza.

Lo avevo lasciato con l'ultima turpitudine ancora negli occhi: un ragazzo egiziano pestato dal solito branco di bagnanti di mezza età con l'accusa di stare fotografando "i nostri bambini", mentre il giovane era impegnato in una videochiamata con la famiglia, come verificato dai solerti agenti intervenuti. Il tutti contro uno che tanto piace ai codardi, fisicamente fuori forma e moralmente abietti, accecati da una ventata di razzismo mai sperimentata prima.

Lo ritrovo come sempre. Provate ad uscirne e poi a rientrarvi. Perduto, perso e spavaldo. Con il solito refrain caro a sion dell'Islam incompatibile che ti accoglie implacabile, mentre tu attraversi idealmente tutta la storia dell'Europa, e la sua geografia, e l'Andalusia con i suoi capolavori, i suoi simboli e le mezquitas trasformate in cattedrali, e la Siqilia con i nomi arabi delle sue città, e poi la Bosnia e Sarajevo, la Macedonia, l'Albania e il Montenegro e Istanbul sui due continenti. Intere aree dell'Europa profonda islamiche da sempre. Tutto molto incompatibile, davvero.

Vorrei ridere, ma non ci riesco. ,Una serie di brutte notizie mi travolge. La morte di Suleiman Mansour, il pittore, il pioniere, il maestro, l'artista iconico, colui che diede vita alla New Vision, assieme ad altri artisti palestinesi come Vera Tamari, Tayseer Barakat e Nabil Anani, ed alla "Land art" come risposta alla Prima Intifada e protesta culturale contro l'annientamento di un popolo.

L'aggravarsi delle condizioni di salute di Imran Khan, icona pop dell'Islam, incarcerato per ordine e volontà della coalizione Epstein e dei suoi tirapiedi mediorientali. Paradigma e promemoria imperituro di quale sarà il destino del musulmano che si oppone a Mammona in nome di un'idea di dignità, identità e progresso.

Il "no" ad un luogo di preghiera in una città di questo disgraziato paese, in cui i diritti sono divenuti privilegi da tempo immemorabile e sono infine piombati nel baratro del primitivismo grazie a questa destra.

Infine il suicidio (non)assistito di una famiglia a cui lo stato latitante non ha lasciato altra scelta che la morte, nell' estrema solitudine di chi si trovi sguarnito, senza paracadute, ad affrontare una disabilità, una malattia, un grave disagio qualsivoglia. L'azzeramento definitivo del patto sociale. La reiterazione della "matrignità" di uno stato che è ormai conclamata oligarchia di Versailles, senza alcuna speranza né germe di rivoluzione al suo interno.

A Lipsia, intanto, si aggiunge un nuovo tassello al progetto di dominance che è sul tavolo delle cancellerie europee da almeno sei anni. Il cuore nero dell'Europa che puntualmente torna a palpitare, il ciclico sogno oligarchico di potare periodicamente l'umanità in eccesso, gettandola nella fornace ardente di una guerra costruita a tavolino.

Come allora, come sempre.

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