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WSJ: offensiva economica di Trump verso Iran forse infficace
di Leandro Leggeri
WALL STREET JOURNAL: L’«ECONOMIC D-DAY» DI TRUMP CONTRO L’IRAN POTREBBE NON PIEGARE TEHERAN
La nuova offensiva economica lanciata dall’amministrazione Trump contro l’Iran potrebbe infliggere danni molto pesanti all’economia della Repubblica Islamica senza tuttavia riuscire a costringere Teheran a modificare la propria linea politica. È quanto emerge da un’analisi del Wall Street Journal firmata da Timothy W. Martin, Jared Malsin e Kejal Vyas.
Washington ha battezzato la nuova campagna “Operation Economic Outcast”, presentandola come un vero e proprio “Economic D-Day”: la più vasta offensiva finanziaria mai intrapresa dagli Stati Uniti contro un proprio avversario. L’obiettivo è recidere le residue connessioni economiche dell’Iran, esercitando una pressione sufficiente a costringere Teheran a riaprire pienamente lo Stretto di Hormuz e a tornare al tavolo negoziale.
Il problema, osserva il WSJ, è che la storia recente offre numerosi esempi della difficoltà di trasformare la devastazione economica in capitolazione politica.
Cuba resiste all’embargo statunitense da oltre sessant’anni. La Corea del Nord ha sviluppato reti clandestine, operazioni informatiche e nuovi rapporti economici per sopravvivere a uno dei regimi sanzionatori più severi al mondo. La Russia, dopo le sanzioni seguite all’invasione dell’Ucraina nel 2022, ha riorientato una parte significativa dei propri scambi verso Cina e altri paesi non occidentali.
Ancora più significativo è il precedente venezuelano: secondo il WSJ, prima della cattura di Nicolás Maduro l’economia del Venezuela si era contratta di quasi il 75%, mentre oltre otto milioni di persone avevano lasciato il paese. Eppure sette anni di pesantissime sanzioni non erano riusciti a provocare la caduta del governo, avvenuta soltanto dopo l’intervento militare statunitense.
Anche in Siria decenni di sanzioni non furono sufficienti a rovesciare Bashar al-Assad. Il suo governo crollò soltanto alla fine del 2024, quando all’offensiva delle forze ribelli si aggiunse una congiuntura geopolitica eccezionale e venne meno la capacità dei suoi principali alleati di sostenerlo.
L’Iran presenta inoltre un problema ulteriore per Washington: Teheran convive con le sanzioni da decenni e ha progressivamente costruito strumenti per aggirarle. Il commercio con i paesi confinanti è aumentato e, soprattutto, la Repubblica Islamica ha sviluppato con la Cina un sistema finanziario parallelo che consente di evitare almeno in parte il circuito bancario dominato dagli Stati Uniti.
La situazione economica iraniana rimane estremamente grave: secondo i dati riportati dal Wall Street Journal, l’inflazione ha superato l’80% e il paese è entrato in quella che viene definita una “economia di sopravvivenza”.
Ma proprio qui si trova il limite della strategia americana: la capacità di infliggere sofferenza economica non coincide necessariamente con quella di ottenere concessioni politiche.
Come osserva l’economista Djavad Salehi-Isfahani, non vi sono molti dubbi sul fatto che Washington possa aumentare ulteriormente la pressione sull’Iran. È invece assai meno certo che questa pressione convinca il governo iraniano a cedere.
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