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02 settembre 2026
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Netanyahu: anche se perdesse le elezioni la sua dottrina potrebbe permanere
di Leandro Leggeri

A meno di due mesi dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, Amos Harel, analista militare di Haaretz, esamina su Foreign Affairs quale potrebbe essere la politica estera e di sicurezza di Israele in caso di sconfitta di Benjamin Netanyahu e di vittoria dell'ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot.

La tesi di Harel è che la fine dell'era Netanyahu non comporterebbe necessariamente una rottura radicale con la politica israeliana degli ultimi anni. Dopo il 7 ottobre 2023, l'opinione pubblica ebraico-israeliana si è spostata sensibilmente a destra sui temi della sicurezza: la sfiducia verso i palestinesi è cresciuta, l'opposizione alla nascita di uno Stato palestinese è ormai largamente diffusa anche al centro e si è consolidato il sostegno a una strategia militare più offensiva.

Lo stesso Eisenkot si è dichiarato contrario alla creazione di uno Stato palestinese e, su alcuni dossier, ha assunto posizioni persino più dure di Netanyahu.

La differenza fondamentale riguarderebbe quindi non tanto gli obiettivi strategici di Israele, quanto il modo di perseguirli.

Secondo Harel, Netanyahu avrebbe trasformato la lezione del 7 ottobre in una vera e propria dottrina della guerra permanente: Israele dovrebbe colpire preventivamente qualsiasi minaccia potenziale e mantenere per anni zone di sicurezza sotto il proprio controllo a Gaza, nel Libano meridionale e in Siria.

Una strategia che ha però prodotto costi enormi. Harel riporta una spesa di circa 142 miliardi di dollari dall'inizio della guerra, mentre i riservisti israeliani hanno prestato mediamente oltre 100 giorni di servizio all'anno dal 2023. A questo si aggiunge il grave deterioramento dell'immagine internazionale di Israele.

Un governo Eisenkot potrebbe invece cercare di trasformare i risultati militari in accordi politici e chiudere gradualmente alcuni dei fronti aperti. La discontinuità più significativa potrebbe riguardare la Cisgiordania. Harel denuncia il crescente potere acquisito dal movimento dei coloni sotto Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir: dal 2023 sarebbero stati costruiti o sarebbero in costruzione oltre 200 nuovi insediamenti e avamposti.

Parallelamente, quasi mille giovani coloni costituirebbero ormai il nucleo più violento e militarizzato del movimento. Secondo Harel, le forme più estreme di espulsione dei palestinesi dalle loro terre costituiscono una vera e propria «pulizia etnica localizzata».

Eisenkot difficilmente procederebbe a evacuazioni di massa degli insediamenti, ma potrebbe bloccarne l'espansione, reprimere maggiormente la violenza dei coloni e ristabilire il controllo dello Stato sull'amministrazione militare della Cisgiordania.

Anche a Gaza non si profilerebbe un cambiamento radicale. Eisenkot non accetterebbe una presenza militare di Hamas e difficilmente ordinerebbe un ritiro israeliano completo. Potrebbe però consentire un maggiore ruolo dell'Autorità Palestinese nella gestione della Striscia e ridimensionare la zona sotto controllo diretto dell'IDF.

Spazi negoziali potrebbero aprirsi anche in Libano e soprattutto in Siria. Secondo Harel, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa sarebbe interessato a un accordo di sicurezza che preveda il ritiro israeliano dai territori siriani occupati nel 2024 in cambio di una parziale normalizzazione delle relazioni. Un'intesa che Eisenkot potrebbe considerare accettabile.

La variabile decisiva rimarrebbe tuttavia Washington.

Harel sostiene che i rapporti tra Donald Trump e Netanyahu si siano deteriorati durante la guerra contro l'Iran, nella quale gli Stati Uniti sono ormai coinvolti da quasi sei mesi. Trump starebbe cercando un successo diplomatico alternativo a Gaza o in Libano e potrebbe esercitare pressioni su un futuro governo israeliano affinché riduca la presenza militare su alcuni fronti.

La conclusione dell'analista di Haaretz è quindi paradossale: Netanyahu potrebbe perdere le elezioni, ma la trasformazione politica e securitaria prodotta dal 7 ottobre potrebbe sopravvivergli.

Un governo Eisenkot non significherebbe il ritorno al processo di pace né una svolta verso la nascita immediata di uno Stato palestinese. Potrebbe però segnare il passaggio dalla strategia delle guerre senza fine a una politica che cerca nuovamente di porre obiettivi e limiti politici all'uso della forza.

Fonte: Amos Harel, “Can Israel End Its Forever Wars? The Netanyahu Doctrine Could Outlast Netanyahu”, Foreign Affairs, 2 settembre 2026.

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