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31 agosto 2026
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UE, un progetto di pace ora volto alla guerra
di Santina Sconza

L'Unione Europea era nata come una grande squadra di paesi che hanno deciso di unire le forze per vivere in pace, aiutarsi e stare bene insieme.

Tutti i paesi che fanno parte dell'Unione europea devono lavorare insieme per fare in modo che ci sia la pace in Europa.

Che i cittadini possano vivere bene, tutti siano trattati con giustizia e nessuno sia escluso.

Le lingue e le culture di tutti siano rispettate, l'economia europea sia forte e i paesi usino la stessa moneta nel commercio fra un paese e l'altro.

Ma è ancora così? In realtà no, l'Europa è un'industria bellica, guerrafondaia che affama i popoli.

L'U non si riunisce a Bruxelles per costruire la pace, ma per sovvenzionare paesi in guerra, l'Europa è diventata un'industria bellica che risolve i problemi economici mandando armi a destra e a manca.

Nel febbraio 2024, l'europarlamento ha raggiunto un accordo con i paesi europei, sulla revisione del bilancio dell'UE a lungo termine per garantire una soluzione di finanziamento stabile per l'Ucraina.

L'UE fornirà all'Ucraina €50 miliardi in prestiti e sovvenzioni fino alla fine del 2027.

Questi prestiti e sovvenzioni peseranno sulla spesa pubblica di ogni paese, a pagarne le conseguenze saranno i popoli che verranno privati dei diritti civili sanciti dalla varie costituzioni.

L'Europa è per la pace dei popoli? Assolutamente no.

Sul genocidio del popolo palestinese da parte di Israele e sull'espansione dei territori da parte del governo Netanyahu l'Europa è divisa.

I governi che chiedono misure dure, come la sospensione degli accordi commerciali o lo stop alla vendita di armi sono: Spagna, Irlanda e Slovenia, spingono con più forza per sanzioni e blocchi economici contro il governo israeliano. La Slovenia ha anche vietato del tutto il commercio di armi.

Belgio e Paesi Bassi, sostengono la revisione dei trattati e limitano i rapporti con i territori occupati.

Riconoscimento della Palestina, più di 15 paesi dell'Unione Europea, tra cui Francia, Belgio e Portogallo, riconoscono formalmente lo Stato di Palestina come segno di pressione politica.

I governi che frenano l'introduzione di sanzioni economiche totali e difendono i rapporti diplomatici con Tel Aviv sono: Ungheria, è il paese che si oppone in modo più netto a qualsiasi misura o sanzione contro Israele.

Germania, Austria, Repubblica Ceca e Bulgaria, sostengono una linea di maggiore cautela, pur avendo accettato in alcuni casi sanzioni limitate contro i coloni violenti in Cisgiordania.

Italia, mantiene una posizione moderata, aperta a sanzioni mirate contro i singoli coloni o ministri estremisti ma contraria ai blocchi commerciali.

Il governo Meloni ha scelto i fondi europei per il riarmo, ha inviato alla Commissione europea una richiesta che impegnerà una quota consistente dei 14,9 miliardi di euro di prestiti teoricamente a disposizione, per una cifra stimata tra gli 8 e i 10 miliardi di euro.

Questo debito pubblico aggiuntivo andrà a gravare sui bilanci futuri.

La giustificazione ufficiale del governo poggia sulla necessità di ammodernare le capacità difensive di fronte alle recenti crisi geopolitiche internazionali.

In realtà l'Italia ha una industria bellica molto moderna, basta vedere la Leonardo, industria bellica che serve Israele, Ucraina e molti paesi in guerra. Oggi questa Europa unita a chi serve, non di certo alla pace e al benificio dei popoli.

All'Italia è servita per svendere le imprese pubbliche, privatizzare tutto, non solo le industrie ma persino la sanità pubblica, tagliare la spesa pubblica per rispettare parametri decisi in Europa, fare la riforma delle pensioni ogni volta che i mercati si innervosiscono fin ad eliminarla totalmente in futuro.

In un'Italia segnata da profonde disuguaglianze, dalla crisi dei servizi sanitari territoriali, dal peggioramento delle condizioni scolastiche e dalla povertà crescente che colpisce milioni di famiglie, è accettabile che la prima voce di spesa a trovare immediata copertura europea sia quella militare.

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