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22 agosto 2026
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Foreign Policy: su Iran USA mirava a obbiettivi impossibili
di Leandro Leggeri

La guerra contro l'Iran sta mettendo in luce carenze significative nell'apparato militare statunitense: scorte insufficienti di intercettori e munizioni di precisione, difficoltà nel contrastare droni a basso costo, scarsità di dragamine e vulnerabilità delle infrastrutture americane nel Golfo. Ma concentrarsi esclusivamente su questi problemi rischia di far perdere di vista la questione fondamentale: gli obiettivi politici assegnati alle forze armate erano raggiungibili?

È questa la tesi sostenuta dallo storico militare Bret Devereaux in un'analisi pubblicata su Foreign Policy con un titolo particolarmente netto: «The U.S. Is Learning the Wrong Lessons in Iran. Tactical excellence can never salvage strategic incompetence».

Devereaux sottolinea innanzitutto un apparente paradosso. Le forze armate statunitensi hanno confermato capacità operative difficilmente eguagliabili da qualsiasi altra potenza, riuscendo a proiettare una gigantesca forza militare a oltre 7.000 miglia dalle coste americane e conquistando il controllo dei cieli iraniani. Anche il rapporto delle perdite rimane fortemente asimmetrico a favore di Washington.

Eppure la superiorità tattica non si è tradotta nel conseguimento degli obiettivi strategici. Secondo Devereaux, l'amministrazione Trump avrebbe infatti chiesto alle proprie forze armate di realizzare tre obiettivi sostanzialmente impossibili con i mezzi messi a loro disposizione.

Il primo era provocare un cambio di regime attraverso la sola potenza aerea, senza una grande invasione terrestre. Una possibilità che, ricorda lo storico, quasi un secolo di guerre ha ripetutamente smentito: dal Blitz sulla Gran Bretagna ai bombardamenti alleati sulla Germania, fino al Vietnam, la distruzione provocata dall'aviazione non si è automaticamente tradotta nel collasso politico dell'avversario.

Il secondo obiettivo era neutralizzare dall'aria la capacità iraniana di lanciare missili balistici e droni. Anche in questo caso i precedenti storici sono poco incoraggianti. Gli Alleati non riuscirono a sopprimere completamente V-1 e V-2 tedeschi; nel 1991 la caccia americana ai lanciatori mobili degli Scud iracheni non produsse distruzioni confermate; Israele non è riuscito attraverso la sola aviazione a eliminare le capacità missilistiche di Hamas e Hezbollah, così come le campagne contro gli Houthi non hanno posto fine ai loro lanci.

Contro un paese delle dimensioni dell'Iran, dotato di infrastrutture sotterranee, sistemi mobili e un vastissimo territorio nel quale disperderli, il problema diventa ancora più complesso.

Falliti questi due obiettivi, rimaneva una terza possibilità: costruire una difesa antimissile sufficientemente efficace da proteggere le basi americane e le infrastrutture strategiche degli Stati del Golfo.

Qui emerge però il problema economico della guerra di logoramento. Missili e soprattutto droni possono essere prodotti a costi e ritmi difficilmente comparabili con quelli degli intercettori necessari ad abbatterli. Gli Stati Uniti possono certamente migliorare le proprie difese, ma l'Iran non ha bisogno che tutti i suoi vettori raggiungano il bersaglio: gli basta che una percentuale riesca a saturare e penetrare lo scudo avversario.

Per Devereaux, dunque, questa guerra «non è stata persa nei corridoi del Dipartimento della Difesa, ma nei corridoi della Casa Bianca».

Il problema fondamentale non sarebbe l'incapacità delle forze armate americane, che al contrario avrebbero nuovamente dimostrato una straordinaria superiorità tecnologica e operativa, bensì l'assenza di una strategia capace di collegare l'impiego della forza a obiettivi politici realisticamente conseguibili.

L'autore attribuisce una responsabilità particolare anche al segretario alla Difesa Pete Hegseth. Il suo compito avrebbe dovuto essere spiegare al presidente i limiti dello strumento militare; secondo Devereaux, invece, la ricerca della lealtà e l'emarginazione delle voci critiche avrebbero contribuito a creare un sistema nel quale le cattive notizie e le valutazioni contrarie alle aspettative politiche faticavano ad arrivare alla Casa Bianca.

Il risultato, sostiene lo storico, potrebbe essere profondamente controproducente per Washington. Dopo quasi sei mesi di guerra l'Iran non solo non è stato costretto al cambio di regime, ma conserva una significativa capacità di attacco e potrebbe uscire dal conflitto con maggiori incentivi a perseguire le proprie ambizioni nucleari, un controllo molto più forte sullo Stretto di Hormuz e, attraverso quest'ultimo, una crescente capacità di condizionare le monarchie del Golfo.

La lezione fondamentale della guerra iraniana, conclude quindi Devereaux, non riguarda semplicemente quanti intercettori, dragamine o sistemi anti-drone gli Stati Uniti dovranno acquistare. Riguarda un problema molto più antico della guerra: nessuna superiorità tecnologica e nessun successo tattico possono compensare l'assenza di una strategia che stabilisca un rapporto realistico tra mezzi militari e fini politici.

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