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Questo si chiama colonialismo
di Cristina Siqueira
Ecco perché continuo a chiamarlo colonialismo.
Perché a un certo punto le parole smettono di lasciare spazio alle interpretazioni.
Quando si parla apertamente di riportare gli insediamenti a Gaza, di costruire città, di trasferire famiglie israeliane e di lasciare fuori i palestinesi, non siamo più davanti a una teoria, a una provocazione o a una fantasia di qualche estremista.
Stiamo ascoltando un progetto.
E la cosa più oscena è la tranquillità con cui viene raccontato.
Come se dopo aver bombardato una terra, distrutto le sue case, devastato le sue infrastrutture e costretto la sua popolazione alla fuga, la domanda successiva potesse essere semplicemente: «Bene, dove costruiamo le nostre case?».
Questa non è sicurezza.
Non è autodifesa.
Non è una risposta al 7 ottobre.
È l'idea che la distruzione di Gaza possa diventare l'occasione per impossessarsi di Gaza.
Prima si rende la terra invivibile per chi ci vive. Poi si immagina chi la abiterà dopo. E quando qualcuno ha già scelto le città, i nomi, il numero delle famiglie e persino le scuole che dovranno sorgere sulle macerie, forse sarebbe ora di smettere di fingere di non capire.
Non è un incidente.
Non è una conseguenza inevitabile della guerra.
È una visione politica.
È appropriazione della terra attraverso la forza.
E per quanto possano cambiare le parole con cui cercano di vendercela, una popolazione non diventa proprietaria della terra perché prima ha contribuito a distruggerla.
Gaza non è vuota. Gaza non è disponibile.
Gaza non è una ricompensa.
E i palestinesi non sono un ostacolo da rimuovere per fare spazio a qualcun altro.
E questo ha un nome.
Colonialismo.
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