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La linea rossa fra guerra barbarie
di Stefano Masson
Giovane, bella, intelligente, colta e inequivocabilmente di destra. Con un padre ingombrantissimo ma non priva di autonomia intellettuale. Senza incarichi governativi ma trasversalmente influente in tutti gli ambienti nazionalisti russi (e in molti cenacoli dell'estrema destra europea).
Fascista? Sì, al patto di molte (troppe) precisazioni sul "fascismo" russo, che forse ci consiglierebbero di usare altri termini.
Nel caso della Dugina, mi è parso infatti che la matrice evoliana si andasse rapidamente mutando in direzione del differenzialismo culturale "à la de Benoist". E che in tempi recenti il pensiero geopolitico tradizionale e conservatore, diffuso in larghi settori della destra russa, tendesse in lei a ibridarsi in modo sempre più deciso (ça va sans dire, anche in modo alquanto bizzarro) con il multipolarismo "alla cinese".
Ad ogni modo, un personaggio affascinante ma nemmeno lontanamente "nostro". Con un indiscutibile ruolo ideologico (e a più riprese, anche apertamente propagandistico) nei milieu nazionalisti della Federazione Russa.
Eppure, era possibile individuarla come l'obiettivo legittimo di un attacco terroristico?
Personalmente, rimasi esterrefatto dalla sua morte. Ebbi l'impressione di un oltrepassamento netto di una linea rossa. Un traguardo dal quale, poi, solo con grandi difficoltà si retrocede e si torna ai precedenti livelli di confinamento della violenza.
È necessario dirlo: i servizi segreti ucraini (addestrati, coadiuvati e probabilmente in certa misura diretti da USA e GB) hanno traguardato da allora altre linee rosse. Alcune di serissima pericolosità geopolitica. Altre eticamente piuttosto mefistofeliche (pensiamo all'utilizzo di "esecutori" inconsapevoli, a volte nemmeno di nazionalità russa). Altre ancora, d'imprevedibilità estrema, come i rapporti col terrorismo islamista.
Sono diverse le operazioni che dovrebbero lasciare quantomeno sconcertati.
Ma l'aspetto che allora mi colpì più fortemente fu la reazione della maggior parte dei media liberali occidentali.
Nonostante Darya Dugina fosse molto evidentemente un obiettivo più che discutibile, la discussione fu invece pressoché nulla.
Stampa quasi unanimemente divisa tra la soddisfazione per il colpo grosso messo segno e per "l'umiliazione inflitta a Putin" (uno dei grandi temi psicoanalitici della narrazione bellica, senza dubbio) e l'ammirazione per l'efficienza tecnica dimostrata dagli ucraini.
Per soprammercato, gli ambienti di sinistra liberal e radical si diedero a festeggiare l'assassinio "di una fascista" e a perpetuare la finzione grottesca della "resistenza ucraina". Un ambito politico continentalmente ridotto, ma particolarmente infame dal punto di vista della retorica ideologica e pseudostorica.
(E per cogliere le differenze con la vera sinistra di un tempo, basterebbe pensare alle accese e sincere polemiche nel CLN partigiano sulla decisione di giustiziare un intellettuale prestigiosissimo, ma anche pienamente interno al regime fascista, come Gentile.)
Retrospettivamente, l'attentato alla Dugina potremmo considerarlo un punto di svolta simbolico (non era a rigore il primo "discutibile" attentato ucraino) e al contempo il confine, materialmente superato, di un inavvertito scivolamento della coscienza occidentale.
Proprio mentre apparecchiava il dispositivo polemico del Giardino Ordinato in lotta con la Giungla Selvaggia, l'Occidente sceglieva d'inoltrarsi nella barbarie.
E in tre anni, questa strada infernale è stata percorsa per un lunghissimo tratto.
Gli attentati agli scienziati iraniani (con famiglia), le sistematiche uccisioni di giornalisti e reporter a Gaza, i famigliari (ma anche i semplici poveri sventurati) feriti o uccisi nello spettacolare colpo contro Hezbollah. Ma anche l'empatia zero per le vittime russe del Crocus.
Tutte tappe di una barbarie che è collettiva.
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