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CPI: la Palestina banco di prova
di Cristina Siqueira
Questa non è soltanto un'altra notizia sulla Palestina.
È la storia di come, davanti alla possibilità che qualcuno risponda dei propri crimini, si stia cercando di distruggere perfino il tribunale incaricato di giudicarli.
Israele continua a ripetere di essere in grado di indagare su se stesso. Ma indaga, archivia, assolve. E intanto i morti restano morti: bambini, paramedici, operatori umanitari, civili.
Poi c'è la Corte penale internazionale. Quella che, almeno in teoria, dovrebbe intervenire proprio quando gli Stati non vogliono o non sono in grado di perseguire seriamente i responsabili.
Ed è allora che arrivano gli Stati Uniti.
Sanzioni contro giudici e procuratori. Conti bloccati. Beni congelati. Restrizioni personali e professionali. E pressioni sugli altri Stati perché abbandonino lo Statuto di Roma e lascino la Corte sempre più isolata.
Il messaggio è brutale: potete raccogliere le prove, documentare i massacri, contare i morti. Ma se provate a portare i responsabili davanti a un tribunale, colpiremo anche il tribunale.
E l'Europa?
Si indigna.
A parole.
È questo che trovo più osceno: non stanno cercando soltanto di garantire l'impunità a Israele. Stanno lavorando perché l'impunità diventi un sistema.
La Palestina è il banco di prova.
Se il diritto internazionale può essere sospeso quando l'imputato è abbastanza potente, se i giudici possono essere sanzionati perché indagano, se i tribunali possono essere intimiditi e gli Stati spinti ad abbandonarli, allora non stanno distruggendo soltanto un'istituzione.
Stanno distruggendo l'idea stessa che esista una legge anche per chi ha le armi, il denaro e gli alleati giusti.
E tutto questo avviene davanti ai nostri occhi.
Non perché non sappiamo.
Ma perché chi dovrebbe fermarlo ha scelto di guardare dall'altra parte.
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