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Prima li chiamano nazi, poi li marchiano
di Edoardo Morello
Mahmoud Zakarneh è un giornalista palestinese. Il 17 agosto, durante un’incursione dell’esercito israeliano a Qabatiya, nella Cisgiordania occupata, alcuni soldati gli hanno scritto il numero 44 sulla fronte e sulle braccia. Non sul verbale, non sopra un cartellino. Sulla pelle.
Prima che arrivi il solito esperto di messinscene, chiariamo: l’IDF ha ammesso che furono i suoi militari a segnare i fermati. I comandanti, ha riferito la stampa israeliana, hanno richiamato i soldati sulla gravità del gesto e promesso le immancabili “lezioni apprese”. Espressione prodigiosa. Serve a raccontare un abuso al passato mentre la vittima ha ancora l’inchiostro sulla faccia.
Il particolare più feroce è il vocabolario che precede il pennarello. Nel novembre 2023 Bezalel Smotrich, ministro israeliano e figura di riferimento del movimento dei coloni, dichiarò che in Cisgiordania vivevano “due milioni di nazisti”. Nel gennaio 2024 usò la stessa cifra contro gli abitanti di Gaza. Una testimonianza di soldati pubblicata da Haaretz nel 2026 racconta che, tra i militari impegnati a Gaza, alcuni definivano “nazisti” tutti gli arabi e consideravano perfino il saccheggio una cosa accettabile, perché rubare ai “nazisti” diventava quasi un merito.
Il meccanismo è vecchio e funziona ancora benissimo: prima assegni al nemico il nome del male assoluto, poi qualunque cosa gli farai sembrerà insufficiente. Se davanti a te non hai Mahmoud, un giornalista, un padre, un uomo impaurito o arrabbiato, ma un “nazista”, allora puoi perquisirlo, umiliarlo, cacciarlo da casa, usarlo come scudo, scrivergli un numero sulla fronte. Hai già assolto te stesso prima di cominciare.
Ecco l’ironia macabra: chi usa la memoria della Shoah come lasciapassare morale finisce per riprodurne uno dei gesti simbolici più riconoscibili, la cancellazione del nome mediante un numero. Qabatiya non è Auschwitz. Il pennarello non è un tatuaggio concentrazionario e l’occupazione israeliana non coincide storicamente con il sistema di sterminio nazista. Ma proprio perché la Shoah è una cosa seria, dobbiamo riconoscere la grammatica della disumanizzazione quando torna a parlare: l’altro perde il nome, diventa categoria, pratica, cifra.
Non era neppure la prima volta. Nell’aprile 2026 alcune donne palestinesi rientrate nel campo profughi di Jenin furono segnate sulle mani. L’IDF riconobbe l’uso del pennarello da parte dei militari, parlò di “scarsa capacità di giudizio” e sostenne che l’idea fosse venuta alle residenti. Nel 2024 un episodio analogo era stato documentato nell’area di Hebron. Tre episodi non sono ancora una statistica nazionale. Sono però abbastanza per smettere di raccontare ogni volta la favola della mela marcia caduta per sbaglio dal blindato.
Poi ci sono i “Cimiteri dei numeri”. Secondo una comunicazione degli esperti delle Nazioni Unite, al 30 settembre 2022 almeno 256 palestinesi risultavano sepolti senza nome in zone militari chiuse, identificati da una cifra, mentre altri 109 corpi erano trattenuti negli obitori israeliani. Prima il numero sulla fronte. Dopo la morte, il numero sulla tomba. La burocrazia dell’occupazione non perde un colpo.
Non serve chiamare “nazista” ogni soldato israeliano. Sarebbe la stessa scorciatoia che stiamo denunciando. Basta dire ciò che è accaduto: militari di una potenza occupante hanno trasformato uomini palestinesi in numeri. E mentre certa politica israeliana chiama “nazisti” milioni di palestinesi, quei palestinesi vengono marchiati, catalogati e privati perfino del diritto al proprio nome.
Il numero 44 verrà cancellato con acqua e sapone. La fotografia no. Quella resterà a ricordarci che la memoria, quando serve soltanto ad accusare gli altri, non è più memoria. È un manganello.
𝘍𝘰𝘯𝘵𝘪: 𝘛𝘪𝘮𝘦𝘴 𝘰𝘧 𝘐𝘴𝘳𝘢𝘦𝘭, 𝘢𝘮𝘮𝘪𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘐𝘋𝘍 𝘴𝘶𝘭𝘭’𝘦𝘱𝘪𝘴𝘰𝘥𝘪𝘰 𝘥𝘪 𝘘𝘢𝘣𝘢𝘵𝘪𝘺𝘢, 𝘛𝘪𝘮𝘦𝘴 𝘰𝘧 𝘐𝘴𝘳𝘢𝘦𝘭, 𝘚𝘮𝘰𝘵𝘳𝘪𝘤𝘩 𝘦 𝘪 “𝘥𝘶𝘦 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘥𝘪 𝘯𝘢𝘻𝘪𝘴𝘵𝘪”, 𝘈𝘗, 𝘚𝘮𝘰𝘵𝘳𝘪𝘤𝘩 𝘦 𝘪 “𝘥𝘶𝘦 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘥𝘪 𝘯𝘢𝘻𝘪𝘴𝘵𝘪” 𝘥𝘪 𝘎𝘢𝘻𝘢, 𝘏𝘢𝘢𝘳𝘦𝘵𝘻, 17 𝘢𝘱𝘳𝘪𝘭𝘦 2026, 𝘦𝘴𝘱𝘦𝘳𝘵𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘕𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘜𝘯𝘪𝘵𝘦, 𝘈𝘓 𝘐𝘚𝘙 17/2022.
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