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18 agosto 2026
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La tomba dell'impero americano
di Giacomo Gabellini

Durante un recente incontro con l’ambasciatore cinese a Teheran, il segretario del Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale dell’Iran Mohsen Rezaei ha dichiarato che «lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto fino a quando gli Stati Uniti non modificheranno radicalmente il loro comportamento, accettando le condizioni dell’Iran».

Nello specifico, ha sottolineato Rezaei, «gli Stati Uniti devono porre fine alla guerra, sbloccare i fondi iraniani congelati e promuovere una cessazione delle ostilità in tutta la regione, inclusi Libano e Gaza».

Rezaei ha menzionato, senza rivelarne apertamente il contenuto, l’esistenza di «altre condizioni che sono state trasmesse a Washington tramite intermediari». Da indiscrezioni emerse successivamente, le clausole predisposta da Teheran prevedono che gli Stati Uniti versino 300 miliardi di dollari di riparazioni e rimuovano in via definitiva la propria presenza dal Golfo Persico.

La postura “massimalista” assunta dall’Iran riflette la posizione di forza conquistata dalla Repubblica Islamica, che attualmente conta sull’attivismo non soltanto di Hezbollah, ma anche e soprattutto degli Houthi. I quali, per nulla intimoriti dal patto di mutua difesa siglato dall’Arabia Saudita con Pakistan e Turchia, hanno imposto il blocco dei porti sauditi, preso ripetutamente di mira petroliere riconducibili a Riyadh e colpito infrastrutture energetiche critiche per il regno.

I colpi assestati dagli Houthi hanno contribuito a ridurre significativamente il volume delle esportazioni di prodotti petroliferi sauditi, proprio mentre gli Stati Uniti accusavano una caduta delle riserve strategiche al minimo storico di 298 milioni di barili e la Cina riprendeva gli acquisti di petrolio greggio dopo aver ridotto le importazioni di oltre il 40% nel corso degli ultimi mesi.

Il tutto mentre i rendimenti dei titoli statunitensi salgono ai massimi da oltre 25 anni, il dipartimento di Stato interviene a sostegno dello yen (a scapito dell’euro) e l’Ucraina sospende, dietro forti pressioni di Washington, gli attacchi contro le petroliere russe nel Mar Nero.

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