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17 agosto 2026
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Abituati alla morte?
trad. di Antonella Salamone

Pochi minuti fa, una fotografia è stata scattata a Gaza.

Sul ciglio della strada giace il corpo di un uomo ucciso. Accanto a lui, una motocicletta distrutta e un telaio metallico contorto, piegato dalla forza dell'impatto.

A pochi passi di distanza, alcune persone stanno riempiendo i loro contenitori d'acqua.

Nessuno urla. Nessuno scappa. E la vita non si ferma.

Qualcuno allunga la mano verso l'acqua, riempie i contenitori che riesce a portare, poi li solleva e si allontana.

A chi guarda questa fotografia da lontano, la scena può sembrare quasi insopportabilmente cruda: Come può una persona stare a pochi metri dalla morte e continuare a riempire un contenitore d'acqua?

Ma forse la vera domanda non è: come si sono abituate le persone alla morte?

Forse è: cosa fa la morte a un essere umano quando diventa parte integrante della vita quotidiana?

Nelle guerre prolungate, il sistema nervoso non può rimanere per sempre in quello stato iniziale di terrore. Semplicemente non può.

A poco a poco, la mente impara a dosare la paura, a rimandare il dolore, ad attenuare l'intensità dello shock, lasciando alla persona la forza sufficiente per cercare acqua e cibo e per tornare dai propri figli con tutto ciò che può tenerli in vita fino al giorno successivo.

La psicologia ha dei nomi per alcuni di questi fenomeni: intorpidimento emotivo, adattamento, meccanismi di sopravvivenza in condizioni di stress prolungato e traumi ripetuti.

Ma al di là della terminologia, la scena racchiude un significato ben più doloroso: Queste persone non hanno perso la loro umanità di fronte alla morte.

Sono state costrette a inventare un modo di vivere accanto ad essa.

La persona che riempie un contenitore d'acqua potrebbe portare dentro di sé tutta la sua paura, il suo dolore e la sua devastazione. Ma da qualche parte, dietro di lei, c'è una famiglia che aspetta quell'acqua.

E a Gaza, dopo tanta morte, un essere umano è stato costretto a fare due cose contraddittorie contemporaneamente: guardare la morte in faccia, e, nonostante tutto, comportarsi come se la vita avesse ancora un senso.

Forse è per questo che la fotografia racchiude qualcosa di immenso su ciò che ci è accaduto: Un uomo morto sul marciapiede. L'acqua viene raccolta a pochi passi di distanza.

La morte è lì, con tutto il suo peso.

E la vita – esausta, traumatizzata, appesantita da tutto ciò che ha visto – continua la sua lotta per la sopravvivenza.

Non perché le persone si siano abituate alla morte... ma perché non hanno avuto altra via di sopravvivenza.

Fadi Alsheikh Yousef

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