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Abituati alla morte?
trad. di Antonella Salamone
Pochi minuti fa, una fotografia è stata scattata a Gaza.
Sul ciglio della strada giace il corpo di un uomo ucciso. Accanto a lui, una motocicletta distrutta e un telaio metallico contorto, piegato dalla forza dell'impatto.
A pochi passi di distanza, alcune persone stanno riempiendo i loro contenitori d'acqua.
Nessuno urla.
Nessuno scappa.
E la vita non si ferma.
Qualcuno allunga la mano verso l'acqua, riempie i contenitori che riesce a portare, poi li solleva e si allontana.
A chi guarda questa fotografia da lontano, la scena può sembrare quasi insopportabilmente cruda:
Come può una persona stare a pochi metri dalla morte e continuare a riempire un contenitore d'acqua?
Ma forse la vera domanda non è: come si sono abituate le persone alla morte?
Forse è: cosa fa la morte a un essere umano quando diventa parte integrante della vita quotidiana?
Nelle guerre prolungate, il sistema nervoso non può rimanere per sempre in quello stato iniziale di terrore. Semplicemente non può.
A poco a poco, la mente impara a dosare la paura, a rimandare il dolore, ad attenuare l'intensità dello shock, lasciando alla persona la forza sufficiente per cercare acqua e cibo e per tornare dai propri figli con tutto ciò che può tenerli in vita fino al giorno successivo.
La psicologia ha dei nomi per alcuni di questi fenomeni: intorpidimento emotivo, adattamento, meccanismi di sopravvivenza in condizioni di stress prolungato e traumi ripetuti.
Ma al di là della terminologia, la scena racchiude un significato ben più doloroso:
Queste persone non hanno perso la loro umanità di fronte alla morte.
Sono state costrette a inventare un modo di vivere accanto ad essa.
La persona che riempie un contenitore d'acqua potrebbe portare dentro di sé tutta la sua paura, il suo dolore e la sua devastazione. Ma da qualche parte, dietro di lei, c'è una famiglia che aspetta quell'acqua.
E a Gaza, dopo tanta morte, un essere umano è stato costretto a fare due cose contraddittorie contemporaneamente:
guardare la morte in faccia,
e, nonostante tutto, comportarsi come se la vita avesse ancora un senso.
Forse è per questo che la fotografia racchiude qualcosa di immenso su ciò che ci è accaduto:
Un uomo morto sul marciapiede. L'acqua viene raccolta a pochi passi di distanza.
La morte è lì, con tutto il suo peso.
E la vita – esausta, traumatizzata, appesantita da tutto ciò che ha visto – continua la sua lotta per la sopravvivenza.
Non perché le persone si siano abituate alla morte...
ma perché non hanno avuto altra via di sopravvivenza.
Fadi Alsheikh Yousef
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