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Sionismo usa il calcio come alibi
di Edoardo Morello
A Vienna i tifosi del Beitar Gerusalemme hanno gridato “Fuck you Palestine”. Poi sono arrivati gli scontri, le aggressioni, i danneggiamenti. Non serve aggiungere altro. È già abbastanza sporco così.
Il punto non è nemmeno il calcio. Il calcio è solo il posto dove certe cose diventano più sincere. Una curva, il branco, qualche bandiera, e quello che normalmente viene nascosto dietro comunicati diplomatici e parole prudenti esce fuori senza trucco: il palestinese come nemico, come insulto, come essere umano di cui si può celebrare la cancellazione.
È questo che fa schifo. Non il cretino che urla. Quello esiste ovunque. Fa schifo il clima che gli ha insegnato che può farlo. Che può gridare contro un popolo intero e sentirsi dalla parte giusta della storia.
Il sionismo più feroce ha costruito anche questo: l’abitudine all’impunità. La convinzione che ogni violenza possa essere chiamata difesa, ogni umiliazione sicurezza, ogni forma di razzismo una conseguenza inevitabile delle circostanze.
Poi quella lingua esce da Gaza, dalla Cisgiordania, dai talk show, dai parlamenti, e arriva in una strada di Vienna. Cambia soltanto la scenografia.
Provate a invertire le parti. Una tifoseria araba che attraversa una capitale europea urlando insulti contro gli ebrei. Avremmo titoli, speciali, dichiarazioni solenni, richieste di esclusione dalle coppe. E sarebbe giusto.
Contro i palestinesi invece si può sempre aspettare. Contestualizzare. Precisare. Distinguere. Fino a quando della vergogna non resta più niente.
Questi non sono cori da stadio. È un’ideologia che si sente autorizzata a camminare per l’Europa e sputare il proprio disprezzo in faccia a un popolo.
E il calcio, ancora una volta, fa solo da alibi.
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