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A Gaza non si perdono più accendini
di Alessandro Ferretti
Tra fumatori si dice scherzando che la persona che acquista un accendino non è mai la stessa che lo finisce: è un oggetto dal valore talmente limitato che capita facilmente che qualcuno lo prenda in prestito e poi distrattamente se lo intaschi, senza che il proprietario ci faccia caso.
Prima del 7 ottobre 2023, probabilmente la stessa cosa valeva anche a Gaza: con uno shekel (circa 30 centesimi di euro) si compravano tre accendini. Erano oggetti talmente insignificanti che, esaurito il gas, finivano nella spazzatura senza un pensiero. Oggi, invece, dopo quasi tre anni di guerra, sfollamento di massa e blocco dei valichi, un singolo accendino può costare tra i 25 e i 50 euro. Quello che era un rifiuto è diventato un bene condiviso tra decine di famiglie, riparato decine di volte e custodito come un tesoro.
Con l’elettricità tagliata per gran parte degli sfollati e il gas da cucina in scarsissima disponibilità, per preparare il cibo centinaia di migliaia di persone dipendono da legna, cartone e forni di argilla improvvisati: però, senza una fiamma, anche far bollire l’acqua diventa impossibile. Nisreen Abu Saada, 38 anni, madre di quattro figli, vive in una tenda a Khan Younis e lo sa bene: non potendo permettersi di comprare un accendino, aspetta che qualcun altro accenda un fuoco, poi prende un pezzo di cartone, lo accende e lo porta nella propria tenda.
Non è la sola. Mohammed Abu Jamea, 62 anni, la cui casa a est di Khan Younis è stata distrutta, a volte cammina di tenda in tenda per più di due ore cercando qualcuno che gli presti un accendino. Fatima Khalil, 36 anni, sfollata dal nord di Gaza con quattro figli, protegge il suo accendino più di quasi ogni altro possesso: «Ci sono giorni in cui l’accendino sembra più importante del cibo. Senza di esso non possiamo cucinare né scaldare l’acqua». Ibtisam Al-Agha, 39 anni, vedova con quattro figli, ha risparmiato per comprarne uno a 25 euro dopo essersi stancata di svegliare i vicini all’alba. Il suo forno di argilla è diventato un punto di riferimento: molte famiglie vengono solo per accendere un pezzo di cartone e riportare la fiamma nelle proprie tende.
Nei mercati la situazione non è migliore. «Giuro, per due mesi non è arrivato un solo cartone di accendini», dice Abu Mohammed, che gestisce una bancarella nel mercato di Al-Mawasi. «Chi ne ha due o tre li nasconde per le emergenze e li vende al doppio del prezzo. La gente litiga per averli». La domanda ha fatto nascere un mestiere che prima della guerra non esisteva: il riparatore di accendini.
Hassan Abu Latifa, 35 anni, padre di tre figli, prima del conflitto faceva l’ingegnere agricolo. Ora lavora in un piccolo chiosco circondato da scatole di accendini danneggiati. «Riparare accendini non è una vera professione, ma a causa della sofferenza, del bisogno della gente e del nostro bisogno di lavorare, siamo stati costretti a renderla tale», dice. In un’economia in cui la disoccupazione supera l’80% e la povertà sfiora il 100%, anche questo è un modo per sopravvivere.
Abdul Rahman Abu Lebda, 53 anni, sfollato da Rafah, ripara accendini in una tenda a ovest di Khan Younis. Smonta valvole, pietrine, rotelle e molle, e sostituisce i pezzi con componenti recuperati da accendini rotti, che compra a 2,50-5 euro l’uno. Il gas specifico per ricarica non è più disponibile: usa gas da cucina, che però ha efficienza e durata ridotte. Una ricarica costa 1,25 euro, una pietrina 1,75.
Alcuni non possono permettersi nemmeno la riparazione. Maysa Yousef, madre di quattro figli, racconta di aver riparato il suo accendino almeno venti volte e di aver provato ogni alternativa: batterie con fili esposti, lenti d’ingrandimento, pietre sfregate per ore. «In inverno era particolarmente frustrante: anche se riuscivi ad accendere, una folata di vento o un po’ di pioggia spegnevano tutto».
Umm Ahmed, sfollata ad Al-Mawasi, mantiene una brace accesa dalla mattina alla sera in un contenitore di latta. «Ho paura di addormentarmi e lasciarla incustodita, ma non ho scelta. Una volta la tenda accanto alla nostra ha preso fuoco. Ottenere una fiamma è diventato più pericoloso della mancanza di cibo». Hasnaa Mansour, 43 anni, sfollata dal campo di Jabalia, cuoce e vende cibo per mantenere i suoi sei figli. «Con il gas bastava una piccola scintilla, ma per accendere il forno di argilla serve una fiamma vera. Ho cominciato stamattina e alle dieci non ero ancora riuscita ad accenderlo. Ho mandato la mia figlia piccola con un pezzo di cartone a cercare qualcuno che avesse un fuoco acceso, ma non ha trovato nessuno».
Dietro la carenza c’è il blocco. «L’assedio ci ha strangolato nelle cose più piccole prima ancora che in quelle grandi», dice Abu Rami Isleem, commerciante di Deir Al-Balah. «L’accendino, l’ago, il caricabatterie: tutto è bloccato. I clienti pensano che nascondiamo la merce, ma in realtà non entra nulla».
L’OCHA conferma: le restrizioni al movimento delle merci e la chiusura dei valichi alimentano la carenza. La Camera di Commercio di Gaza ha documentato che gli accendini sono tra gli articoli di cui è stato impedito l’ingresso: nei primi cinque mesi del 2026 sono entrati poco più di 30.000 camion, una media di 191 al giorno, molto al di sotto del traffico prebellico. Il COGAT israeliano ovviamente mente spudoratamente, affermando addirittura che le consegne superano di gran lunga il fabbisogno.
In questo contesto, ogni accendino diventa un dilemma economico. Rabab Deifallah, 46 anni, madre di cinque figli, l’ultima volta ha speso circa 11 euro per riparare il suo. «Dovrei spendere quella cifra per un accendino o per un sacco di farina?» Nella scuola Al-Karmel, a ovest di Gaza City, dove vive Shadi Abu Shamlah con la famiglia, in tutto l’edificio non si trovano più di quattro accendini, che passano di tenda in tenda. «Se hai un accendino nella tua tenda, stai bene. Se non ce l’hai, sei bloccato», dice. A volte la sua famiglia va a dormire senza cena.
Per Iftikhar al-Kafarna, madre di sei figli che cuoce il pane in un forno tradizionale per guadagnare, l’accendino non è solo sopravvivenza ma lavoro: «Se c’è un accendino, c’è lavoro. Se non c’è, il lavoro si ferma e posso restare tre o quattro ore senza fare nulla». Anche i chioschi di tè e caffè lungo le strade, un tempo comuni, hanno chiuso perché non hanno modo di accendere i fuochi.
«Prima ci lamentavamo dell’elettricità e del gas», dice Umm Wasim. «Ora ci lamentiamo per una scintilla. Immagina di arrivare al punto in cui cerchi una scintilla solo per far bollire l’acqua per i tuoi figli».
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