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Caso Ranucci: stupisce appoggio di atlantisti e sionisti
di Paolo Mossetti
Vediamo se i grandi giornali eviteranno questa domanda: perché il sondaggio sul demagogo Ranucci come possibile leader del campo largo, da opporre a Schlein e Conte, organizzato da un personaggio melmoso come Lavitola, non ha ricevuto la consulenza di un Travaglio o di un Di Battista bensì di Mieli, presenza quasi istituzionale, l'antipopulista super partes per definizione, due volte direttore del «Corriere della Sera», e Stefano Cappellini, ex Riformista, allora vicedirettore di «Repubblica»?
Sappiamo come funziona il mondo della politica amichettista romana: tutti si conoscono, creando rapporti e corporativismi trasversali ai quotidiani e ai partiti, tra una fritturina e uno spaghetto. Una realtà estremamente fluida, nonostante le apparenti rivalità geografiche e ideologiche (Roma-Milano, sinistra engagé-centro liberale), che crea una "redazione invisibile" con firme più o meno integrate che se vojono tutte bene tra loro.
Ma qualcuno - parte Il Fatto e i quotidiani della “destra becera”, s'intende - avrà il coraggio di chiedersi perché queste due firme centriste, ultra-atlantiste, perennemente a caccia di "rossobruni" e "complottisti" a sinistra, si sono incaricate di questo progetto? E magari farci qualche editorialino sarcastico tra una citazione di Flaiano e l'altra?
E infine: come è stato accolto a «Repubblica» il «giro di Valter» del suo futuro direttore, che poco dopo l'inizio della mattanza a Gaza accusava Amnesty di essersi photoshoppata i cartelli contro il terrorismo?
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