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11 agosto 2026
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Nobel ai bimbi di Gaza ma le ingiustizie sono tante
di Piero Graglia

A gennaio di quest'anno il Congresso dei pediatri africani ha indicato come cifra probabile 2.700.000 bambini morti per "cause evitabili" in tutto il continente. Ogni anno. La cosa ha una sua impressionante semplicità ed è passata completamente sotto silenzio: ogni anno l'equivalente della popolazione del Comune di Roma muore.

E succede nella nostra totale indifferenza, presi come siamo da mille e mille priorità diverse. Magari cambiamo canale infastiditi quando in TV passa la pubblicità di "save the children" per donare qualcosa per i "bambini africani".

Una tragedia silenziosa, contro la quale negli anni passati solo sporadiche campagne vennero imbastite dalla politica, ricordo come esempio la campagna del PR pannelliano contro la fame nel mondo. Ma sui bambini in particolare, come categoria particolarmente vulnerabile e a rischio, molto poco in un mondo di adulti, e peraltro vecchi.

Adesso si afferma con decisione e virulenza mediatica la campagna sul Nobel per i bambini di Gaza.

Lodevole, ma quale è il messaggio che vuol fare arrivare? Ovviamente che si tratta dei soggetti più esposti, più drammaticamente esposti nel conflitto bastardo avviato con la strage del 7 ottobre e diventato poi una guerra di sterminio generalizzato. Soggetti deboli, incolpevoli anche quando sono usati come scudi umani da Hamas, e non per questo meritevoli della morte. E sono tanti questi soggetti: quella palestinese è una popolazione giovane.

Giorni fa abbiamo fatto una commissione per l'assegnazione delle borse di studio riservate a studenti palestinesi e nella documentazione allegata a ogni domanda - documentazione certo non fotocopiata in un algido ufficio di Piazza S. Babila, ma spesso fotografata con un cellulare sgranato sotto una tenda - si trovavano talvolta gli "stati di famiglia" compilati dall'UNICEF, o dalla UNHCR, per attestare la composizione del nucleo familiare: cinque, sei fratelli e sorelle tutti minori, tutti bambini. E, ovviamente, non sono terroristi.

Ma questo messaggio - è giusto salvarli, perché sono dei "giusti", degli innocenti - diventa confuso se resta una cosa mirata a Gaza. Ciò che la nostra società distratta dovrebbe porsi come problema, e interrogarsi mentre abbraccia questa iniziativa, ripeto, lodevole, è cosa succede ai quei due milioni e settecentomila bambini che hanno la sfortuna di non essere così visibili come i bambini di Gaza - che, immagino, ne avrebbero fatto volentieri a meno di tanta visibilità.

È questo che dovrebbe occupare le nostre coscienze mentre il ciglio si inumidisce a comando per i bambini di Gaza. Diamogli il Nobel per la pace - anche se tecnicamente non ho idea di come sia possibile farlo, non vorrei finisse che lo diamo al Board of peace di Trump che afferma di difenderne gli interessi - ma consideriamo che Gaza, nella sua enorme tragedia e ingiustizia, è parte di una tragedia e ingiustizia globale che si chiama sviluppo diseguale, differenze tra nord e sud del mondo, sfruttamento connaturato a un modello di sviluppo che tutti e tutte accettiamo come normale e accettabile solo perché noi occidentali ci troviamo dalla parte giusta di questo modello, quella che ne gode i frutti.

Cerchiamo quindi di fare una riflessione "di sinistra" senza sbandierare i bambini di Gaza come un motivo esclusivo di lotta contro le ingiustizie: risolto quel problema, abbiamo risolto tutto. Se ci si guarda intorno le ingiustizie sono molte, e alla fine combattere il nazionalismo suprematista della cricca di Netanyahu è solo un aspetto di un problema più generale.

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