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11 agosto 2026
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Disobbedienza civile
di Giuseppe Franco Arguto

«𝘗𝘦𝘳𝘧𝘪𝘯𝘰 𝘷𝘰𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘪𝘭 𝘨𝘪𝘶𝘴𝘵𝘰 𝘦̀ 𝘯𝘰𝘯 𝘧𝘢𝘳𝘦 𝘯𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘦𝘴𝘴𝘰. 𝘌̀ 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘶𝘯 𝘮𝘰𝘥𝘰 𝘥𝘪 𝘮𝘢𝘯𝘪𝘧𝘦𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘣𝘰𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘢𝘨𝘭𝘪 𝘶𝘰𝘮𝘪𝘯𝘪 𝘪𝘭 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘰 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘭 𝘨𝘪𝘶𝘴𝘵𝘰 𝘱𝘳𝘦𝘷𝘢𝘭𝘨𝘢. 𝘜𝘯 𝘶𝘰𝘮𝘰 𝘴𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘦𝘳𝘢̀ 𝘪𝘭 𝘨𝘪𝘶𝘴𝘵𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘦𝘳𝘤𝘦́ 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘢𝘴𝘰, 𝘯𝘦́ 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘦𝘳𝘢̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘱𝘳𝘦𝘷𝘢𝘭𝘨𝘢 𝘢𝘵𝘵𝘳𝘢𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 𝘪𝘭 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳𝘢𝘯𝘻𝘢. 𝘊'𝘦̀ 𝘣𝘦𝘯 𝘱𝘰𝘤𝘢 𝘷𝘪𝘳𝘵𝘶̀ 𝘯𝘦𝘭𝘭'𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘮𝘢𝘴𝘴𝘦.» (Henry David Thoreau, Disobbedienza civile, pp. 16-17)

Alcuni testi discutono il potere e libri che gli sottraggono il terreno sotto i piedi: 𝘋𝘪𝘴𝘰𝘣𝘣𝘦𝘥𝘪𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘤𝘪𝘷𝘪𝘭𝘦 appartiene alla seconda specie.

È un testo breve, ma possiede quella rara densità che rende alcune pagine più destabilizzanti di interi trattati politici; perché Thoreau non si limita a domandarsi quale governo sia preferibile, quale maggioranza debba prevalere o quale legge debba essere approvata; invero pone una questione assai più radicale: che cosa deve fare un individuo quando la legge gli impone di collaborare con ciò che la propria coscienza considera ingiusto?

La sua risposta non concede molto spazio alle mediazioni: deve smettere di collaborare. È qui che la disobbedienza cessa di essere capriccio, insofferenza o semplice trasgressione e diventa responsabilità morale.

Thoreau rovescia infatti una convinzione profondamente radicata nelle società politiche: che la legge possieda, per il solo fatto di essere legge, una superiorità morale sull'individuo; ma legalità e giustizia non coincidono necessariamente: una norma può essere perfettamente legale e contemporaneamente imporre, proteggere o rendere possibile un'ingiustizia.

Di conseguenza l'uomo, prima ancora di essere suddito, contribuente o cittadino, rimane per Thoreau una coscienza.

Da qui nasce uno dei nuclei più provocatori del saggio: la critica al governo della maggioranza. Il numero non produce verità morale; mille persone che approvano un'ingiustizia non la rendono più giusta di quanto potrebbe esserlo se fosse sostenuta da una sola. Ed è proprio per questo che Thoreau diffida persino del voto quando esso diventa il sostituto dell'azione. Votare per ciò che riteniamo giusto significa ancora affidare ad altri, e alla casualità dei numeri, il compito di realizzarlo. La coscienza viene depositata nell'urna e poi, troppo spesso, considerata assolta dai propri obblighi.

La sua provocazione conserva ancora oggi una forza straordinaria: non basta desiderare che il giusto prevalga; occorre domandarsi fino a che punto siamo personalmente disposti a non cooperare con ciò che giudichiamo ingiusto.

È questa, a mio parere, la parte più viva di Disobbedienza civile.

Thoreau conduce così alle estreme conseguenze la celebre affermazione secondo cui il miglior governo sarebbe quello che governa meno, fino a immaginare un tempo nel quale il miglior governo possa essere quello «che non governa affatto». Non è una semplice esaltazione del caos né un infantile rifiuto di ogni convivenza organizzata. È piuttosto la proiezione di una società composta da individui abbastanza autonomi e responsabili da non aver bisogno di consegnare continuamente la propria coscienza a un'autorità superiore.

Ed è qui che questo piccolo libro incontra inevitabilmente il pensiero libertario; perché la domanda che lascia aperta non riguarda soltanto lo Stato, ma riguarda ciascuno di noi: quando un'istituzione pretende la nostra obbedienza contro la nostra coscienza, quale delle due possiede davvero il diritto di comandare?

Thoreau aveva scelto.

A quasi due secoli di distanza, la domanda è ancora sul tavolo.


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