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11 agosto 2026
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Immigrati regolari ma vittime sul lavoro
di Soumaila Diawara

Una ventina di persone stipate dentro un furgone omologato per trasportarne appena 9. Un morto, 8 feriti. Stavano tornando dal lavoro.

Erano braccianti. Lavoratori che ogni giorno entrano nei campi, raccolgono la frutta e la verdura che troviamo nei supermercati e contribuiscono alla ricchezza di questo Paese.

Lavorano, fanno ciò che viene chiesto loro. Poi vengono trasportati ammassati dentro un mezzo inadeguato. Poi arriva la tragedia.

Una persona muore. Altre rimangono ferite. Alcune sarebbero in condizioni gravissime. E davanti a tutto questo, invece di chiederci chi doveva controllare e chi dovrà rispondere, c’è chi sottolinea: “Erano regolari.”

Avevano un contratto di lavoro. E quindi Un contratto non rende una vita più preziosa.

Essere regolari non rende una morte meno grave. Avere i documenti in regola non protegge dallo sfruttamento né dalla mancanza di sicurezza.

Se erano regolarmente assunti, la domanda è ancora più urgente: chi aveva la responsabilità di garantire che tornassero a casa vivi?

È questa la domanda che la politica dovrebbe affrontare: sicurezza, controlli, responsabilità e condizioni di lavoro.

Quando muore un lavoratore straniero, troppo spesso si comincia dalla sua condizione giuridica invece che da quella umana. È disumanizzazione.

Sono le stesse persone che lavorano nei campi mentre noi facciamo la spesa. Persone che contribuiscono all’economia italiana, spesso svolgendo i lavori più pesanti.

Eppure, quando muoiono, qualcuno sente il bisogno di ricordarci prima di tutto che erano “regolari”.

Io lo voglio dire chiaramente: lavoratore non deve essere regolare per meritare sicurezza.
Non deve avere un contratto per meritare dignità.
Non deve avere un documento per meritare di tornare vivo a casa.

E se davvero erano regolarmente assunti, la domanda politica diventa ancora più pesante: chi doveva controllare? Chi doveva garantire la sicurezza? Chi ha fallito?

Dietro quel morto e quegli otto feriti non ci sono “migranti regolari”. Ci sono lavoratori, persone, famiglie che aspettavano il loro ritorno.

Vogliamo tutta la verità. Vogliamo responsabilità. Vogliamo giustizia.


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