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Il delitto fascista di Molinella
di Roberto Neri
Bastano sette colpi d’ascia, precisi e possenti, a produrre uno squarcio nella porzione di tetto dopo averlo scoperchiato dai coppi. E’ il 9 agosto 1923, e da quello squarcio un manipolo di fascisti si cala nell’abitazione di Alfonso Marani e uccide a fucilate suo figlio Pietro di anni 26.
La banda omicida non è formata da sconosciuti, così come il giovane ucciso non rappresenta affatto un bersaglio a caso per i suoi assassini. La famiglia del morto, ad esempio, è risaputo che parteggia tutta per la sinistra, e vari suoi membri animano i sindacati (leghe) dei contadini. Anche Pietro lo faceva.
A capo del manipolo omicida c’è Augusto Regazzi, un trentenne dal fucile facile, ex ufficiale della recente prima guerra mondiale, esperto di assalti furiosi. Regazzi appartiene ad una famiglia di imprenditori agricoli di un paese vicino, ma la sua attività prevalente da tre anni è quella di capo militare del partito fascista a Molinella.
Molti non avranno mai sentito il nome di questa località, però si resterebbe sorpresi di scoprire quanto la vicenda di Molinella invece sia stata seguita all’estero, e studiata nei dipartimenti di storia contemporanea delle università, Stati Uniti in primis. Riparleremo, ma non oggi, della precoce adozione qui di forme di lavoro più solidali e meno disumane, che irritavano la vecchia classe dirigente.
Regazzi non viene arrestato, e nemmeno i suoi miliziani; all’epoca -ripeto: agosto 1923- comanda già il primo governo Mussolini, che tra l’altro imbecca i giornali suoi estimatori i quali non vanno certo a verificare la versione fornita inizialmente dalle autorità. Difatti il “Corriere della Sera”, il più autorevole e diffuso quotidiano italiano, ma deferente verso chi è al potere, dedica poche righe all’omicidio Marani, relegato l’11 agosto 2023 a pagina 5 col titolo “Un morto in una mischia presso Molinella”.
Proprio la notorietà “mondiale” del paese in provincia di Bologna buggera però il regime; il caso Marani non può finire insabbiato così. Chi deve indagare stavolta lo fa appurando che Regazzi, il suo vice Francesco Forlani, segretario politico del partito fascista a Molinella, e la loro famigerata squadraccia quel 9 agosto stanno compiendo crimini a ripetizione (una delle famose “spedizioni punitive”).
Cioè decine di contadini, donne comprese, secondo gli inquirenti vengono bastonati mentre sono nei campi a Marmorta, una frazione. La famiglia Marani -prosegue l’inchiesta- cerca di sottrarsi ai pestaggi e si rifugia in casa. I fascisti li circondano e iniziano a sparare, ma quando un abitante risponde all’assedio con due schioppettate scatta l’atto finale: l’assalto dal tetto.
Settembre 1923, è passato un mese dal fatto. Chi indaga informa il prefetto che dovrà spiccare un mandato d’arresto per Regazzi; la notizia raggiunge Mussolini a Roma e tutto il vertice del partito, che vorrebbero però il caporione molinellese in libertà, essendo questo energumeno il migliore “deterrente” in loco per una delle pochissime realtà -Molinella- che ancora si oppone al fascismo.
E perciò Regazzi, consigliato di non farsi vedere troppo in giro -ma lui continuerà a comportarsi come sempre, e a delinquere- resterà un semplice indagato. La speranza del regime che, dilatando all’infinito i tempi dell’inchiesta, la vicenda Marani finisca sepolta in qualche cassetto della Procura bolognese, naufraga però nel giugno 1924; viene rapito l’onorevole Matteotti e il regime va apparentemente in crisi.
In questo momento difficile viene anche diramato un ordine di cattura per lo sfrontato capo squadrista di Molinella, che diventa così ufficialmente latitante. Regazzi però non corre pericolo di finire davvero al fresco; durante l’estate nessuno osa arrestarlo benché appaia spesso a Molinella, dove di fatto comanda, e talvolta anche a Bologna a teatro o nei caffè, magari a fianco di gerarchi del regime.
Dopo il ritrovamento del cadavere di Matteotti, e dunque dopo l’ulteriore indebolimento politico del Duce, il “ras” di Molinella cede alle pressioni dei più influenti gerarchi fascisti e nell’autunno 1924 decide di costituirsi. Non è la prima volta che Regazzi va in cella; negli anni precedenti, coinvolto in violenze estreme e delitti sanguinosi e quindi arrestato, era stato poi rilasciato dopo che un migliaio di camicie nere avevano minacciato di assaltare il carcere nel centro di Bologna.
L’omicidio Marani dal punto di vista giudiziario e politico procede in parallelo al delitto Matteotti, quasi gli somiglia ma più in piccolo; su di entrambi i casi l’opposizione riesce ancora a criticare il regime ottenendo un certo ascolto. All’interno del partito fascista tuttavia le uccisioni di Marani e Matteotti vengono rivendicate dai “vecchi” comandanti delle squadre criminali, gente come Roberto Farinacci ad esempio, mentre la minoranza di camerati “di governo” è imbarazzata.
Entrambi i minacciosi casi vengono però disinnescati il 3 gennaio 1925 alla Camera dal discorso con cui Mussolini si assume la responsabilità della morte di Matteotti; le sue farneticazioni di capo di una milizia fuorilegge vengono approvate dal voto di un numero sufficiente di deputati di centro e di destra. Re Vittorio Emanuele III, in teoria garante dell’ordine dello Stato, si guarda bene dal commentare, e il regime la fa franca.
Regazzi perciò viene rilasciato in febbraio in seguito alle pressioni dei gerarchi bolognesi sulla magistratura, la quale fissa per la fine del mese l’inizio del processo Marani; il 6 marzo 1925 esce già la sentenza, dopo appena un’ora e mezza di camera di consiglio. L’intransigente caporione viene assolto perché si accetta la versione che, sebbene presente, non abbia esploso le fucilate. Assolti per lo stesso motivo anche Forlani e alcune altre camicie nere partecipanti al delitto; nemmeno il reato di porto abusivo di armi, sul quale non ci sono dubbi, è giudicato passibile di condanna.
Nei mesi seguenti si scatenerà la reazione del governo contro Molinella e le sue centinaia di lavoratori agricoli che non si piegano a prendere la tessera del sindacato fascista.
Tale riluttanza dei contadini era iniziata ancora prima della marcia su Roma (28-31 ottobre 1922) quando i datori di lavoro del paese e dei Comuni limitrofi, i cosiddetti “agrari” ai quali appartiene anche la famiglia di Augusto Regazzi, avevano stracciato i precedenti contratti e imposto di lavorare a condizioni peggiori, e comunque solo se tesserati dell’ente in camicia nera.
Ma non si arrenderanno i lavoratori, piuttosto patiranno la fame, saranno sfrattati e tra il 1926 e il 1927 deportati dai soldati inviati dal governo; il caso dei molinellesi, che non sottoscriveranno mai la tessera degli agrari spalleggiati dal regime, continuerà ad avere risonanza sulla stampa estera.
Anche la famiglia di Pietro Marani verrà cacciata di casa, costretta a lasciare la frazione di Marmorta, i suoi beni svenduti all’asta, e non se ne saprà più nulla. Però dopo la Liberazione una via del loro paesino verrà intitolata proprio alla vittima degli squadristi.
Nel 1931 - ma lo sapremo anni dopo - Regazzi invierà un memoriale a Mussolini con lettera raccomandata. Poiché sta litigando col gerarca bolognese Arpinati, amico intimo del Duce, il caporione di Molinella nella missiva cercherà di “ammorbidire” entrambi, cioè Arpinati e Mussolini, ricordando al secondo di avere pronunciato la frase “un morto è ben poca cosa” a proposito dell’assassinio di Marani, e di avere insistito perché Regazzi e i suoi continuassero la serie di crimini che stavano commettendo in quei giorni dell’agosto 1923.
Dopo tale screzio tra fascisti, uno dei tanti dell’epoca, Regazzi riapparirà un’ultima volta nel marzo 1944, sempre a Molinella, sempre col fucile in mano e la camicia nera addosso. Sarà a capo della violenta repressione di una serie di scioperi delle intrepide mondariso, mosse dalla penuria di viveri causata dalle guerre del regime e dall’occupazione tedesca. Ma quella volta non ci saranno morti.
(scritto di Roberto Neri; le fonti sono: la scheda su Molinella in “Antifascismo e lotta di Liberazione nel bolognese Comune per Comune” curata da Luigi Arbizzani e pubblicata nel 1998 da ANPI Bologna; il racconto della morte di Pietro Marani online sul sito “Storia e memoria di Bologna”; la tesi di dottorato in Scienze storiche di Matteo Millan “L’essenza del fascismo: la parabola dello squadrismo tra terrorismo e normalizzazione (1919-1932)” ciclo XXIII, università di Padova, pp. 201-213)
 
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