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10 agosto 2026
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Politica extra
di Piero Graglia *

Come ha intuito qualcuno, e come sanno i miei amici e colleghi, ho appena dato alle stampe - come si diceva una volta - un manuale di storia della politica estera italiana.

La cosa mi ha permesso, durante gli ultimi tre anni, di riflettere a fondo sulle caratteristiche, sulle fasi positive e su quelle meno degne di essere ricordate, della politica estera dell'Italia come stato unitario, durante le varie fasi della sua storia recente (non bisogna dimenticare che se il concetto di Italia è antico, lo stato unitario ha "solo" 165 anni, una dimensione non enorme rapportato alla storia di molti Stati europei).

Ebbene, parlando seriamente, non credo di avere mai incontrato la somma di dabbenaggine, arroganza, dilettantismo che si registra in questi ultimi due anni nella conduzione della nostra politica estera.

La "carriera" (cioè i funzionari della Farnesina e i diplomatici di professione) sembra avere deciso di cedere completamente il passo a dilettanti, arroganti come tutti i dilettanti, ma anche profondamente ignoranti, afflitti dal problema dei problemi: pensare di essere intelligenti e bravi solo perché accompagnati dal consenso elettorale.

Mussolini all'inizio si faceva accompagnare, pur nella sua protervia di ministro degli Esteri ad interim, dal segretario generale del ministero, Salvatore Contarini, che gli spiegava e gli illustrava le scelte da prendere in nome dell'«interesse nazionale», che ovviamente il duce identificava con il fascismo.

Grandi e Ciano, altri due ministri degli Esteri rilevanti, avevano il pallino, soprattutto il primo, di studiare bene prima di operare. Grandi fu un notevole ministro degli Esteri, e per questo odiato e poi rimosso da Mussolini; l'unico che sosteneva apertamente che il fascismo era una fase, non il quadro definitivo della storia italiana.

Del «generissimo» Ciano tanto è stato scritto perché lo si debba qui ripetere. André François-Poncet lo definiva "l'attendente" di Mussolini. Sappiamo tutti come è finita quella storia di "indipendenza" solo apparente.

Quando, pochi anni dopo, nel settembre 1943 Badoglio e il re scappano a Brindisi il giorno dopo la proclamazione dell'armistizio, si dimenticano il ministro degli Esteri Guariglia a Roma, ma sarà di nuovo un diplomatico di professione, Renato Prunas (di nuovo, un segretario generale del ministero), a reggere la nostra povera e depressa politica estera nel tentativo di "rompere la gabbia" del controllo alleato angloamericano sul Regno del Sud, e Prunas, con la svolta di Salerno, diede una bella scossetta a Washington e a Londra vincitrici.

E poi la stagione dei veri grandi, politici e diplomatici: De Gasperi, Nenni, Sforza; tutto il centrismo degasperiano fu accompagnato da una lucida interpretazione dell'«interesse nazionale» con una fredda determinazione di rientrare in Occidente e legare l'Italia al continente (e al carro statunitense, ovviamente).

È la stagione dell'Italia migliore, in raccoglimento ma con alcune idee potenti, come l'europeismo degasperiano e il neoatlantismo, che segnarono un ritrovato protagonismo stavolta non di cartapesta come la politica di potenza di Mussolini.

Il boom economico, la base europea ed europeista sulla quale riposa ancora oggi il nostro benessere, ha fatto il resto: la politica estera del centrosinistra, che non ha mai messo in discussione l'europeismo, fornendo anche iniziative interessanti quando Nenni fu ministro degli Esteri tra il 1968 e il 1969, e la lunga stagione di Aldo Moro, ministro degli Esteri imperscrutabile, in grado di far perdere le staffe anche a Kissinger.

Gli anni Ottanta sono segnati da Craxi, con ministri degli Esteri Andreotti e De Michelis, il primo che svetta su tutti per capacità e accortezza. Immagino cosa potrebbe dire Andreotti oggi osservando un Tajani qualsiasi, che definire inadeguato è ancora un complimento. Neppure Berlusconi era riuscito a portare a questo livello di dilettantismo becero e arrogante la nostra politica estera, scegliendo personaggi come Antonio Martino e Renato Ruggiero, Franco Frattini e Gianfranco Fini, tutti accomunati da una certa capacità di misura e moderazione.

Invece Giorgia Meloni no. Evidentemente ossessionata, come tutti i parvenues, dal timore di essere sottostimata e criticata dalla destra più a destra di lei (c'è sempre qualcuno più pirla di te, cara), mostra i muscoli e per farlo usa la persona meno competente, più improbabile e francamente ridicola nel ruolo che l'Italia abbia mai avuto come ministro degli Esteri: Antonio Tajani. Una persona al cui cospetto Luigi Di Maio sembra Moltke.

Almeno Di Maio parlava solo quando era sicuro; Tajani invece straripa. Portandoci sempre più in basso con questa retorica dei confini in pericolo perché, a pensarci bene, tra Ceuta e Ventimiglia ci sono 1823 chilometri, e "solo" 1785 tra Carloforte, in Sardegna, e la exclave spagnola sulla costa del Nord Africa. Che ci vuole, in fondo?

Difendiamo i confini, che con un gommone o un salvagente sono solo quattro bracciate.

* Professore professore ordinario di Storia delle Relazioni internazionali presso Università degli Studi di Milano


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