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10 agosto 2026
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Uccidere più russi
di Francesco Dall'Aglio *

Che la vittoria in guerra passi dalla distruzione delle capacità militari del nemico, e che parte di questa distruzione (non tutta, e non sempre) passi per l’uccisione dei suoi soldati, è cosa talmente tanto ovvia che nemmeno varrebbe la pena di ricordarla, né di citare von Clausewitz a sostegno.

Ci sono però, o dovrebbero esserci, soprattutto se non si è implicati in prima persona nella guerra in questione e si dorme nel proprio letto e non sul pavimento di una stazione della metropolitana di Kiev, alcune frontiere del dicibile che non andrebbero superate, per decenza, se non altro.

Una di queste, e una delle più importanti, è che auguriamo al nemico la sconfitta e la distruzione ma non esplicitamente la morte dell’uomo nemico: come ci insegna Hollywood, uccidere è sempre un atto estremo che a volte è necessario ma che non dobbiamo esplicitamente perseguire, se non altro per le terribili conseguenze che ha per chi lo compie, che è buono, essendo dei nostri, e mai nella vita gli sarebbe venuto in mente di prendere un fucile e sparare a uno e quindi ci resta sempre male se è costretto a farlo (i nostri, si sa, sono sempre costretti a prendere le armi.

Dipendesse da noi, la guerra non esisterebbe). Se ci fosse il modo di vincere la guerra senza sparare saremmo molto più felici. È una posizione ipocrita, se vogliamo, perché appunto sappiamo che le guerre non si vincono senza sparare, e sparare produce morti. Motivo per cui non rappresentiamo mai il nemico con una faccia e con una individualità: è sempre massa, ‟ondata umana”, un’invasione di formiche così carine, così ingegnose ma che, ahimè, dobbiamo debellare (rectius: uccidere) perché altrimenti si mangeranno il nostro zucchero.

Se poi il nemico è ‟altro”, se è orientale (e il nostro nemico vero è orientale dal tempo di Erodoto) è, nella migliore delle ipotesi, una sorta di automa inconsapevole che non capisce davvero cosa fa e dove si trova e che viene da una società di schiavi e tiranni dove la sua morte o la sua vita sono più o meno la stessa cosa, dove i figli o i genitori o la moglie manco si accorgeranno che non c’è più, e che alla fine non è nemmeno cattivo, in sé, preferirebbe passare la vita a bere l’antigelo dei motori, ma non ha alternativa. Nella peggiore, che è quella a cui siamo ora, è geneticamente un subumano, deliberatamente crudele e maligno.

Le regole della moralità possono certamente essere sospese per gli insetti di Starship Troopers, che sono evidentemente non umani, e per i russi, che a uno sguardo distratto potrebbero sembrare umani ma che alla prova dei fatti certamente non lo sono.

E così ieri, nella conferenza stampa congiunta di Zelensky e Vučić a Belgrado, il giornalista tedesco Michael Martens, della Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha fatto, in inglese, la seguente domanda: ‟can you tell us Europeans what can we concretely do to help you to kill more Russians”. Poi ha velocemente aggiunto ‟more Russian soldiers, of course”, che migliora solo di poco la frase precedente. Cosa possiamo, concretamente, fare noi europei per uccidere più russi?

Ora, la risposta istantanea a questa domanda (strano Zelensky non l’abbia detto lui) è prendere un fucile e vedere come va, forti delle ottime esperienze del passato. Ma Martens, ovviamente, non vuole ucciderli lui i russi, appunto per via delle esperienze del passato. Non è mica scemo. I russi devono ucciderli quella specie di mezzi russi degli ucraini, mentre noi guardiamo e facciamo il tifo in attesa di passare all’incasso.

La cosa non è passata inosservata, soprattutto perché il nostro amico l’ha rivendicata con un certo orgoglio, e non era nemmeno la prima volta che la diceva, e ci è rimasto male che qualcuno non l’ha apprezzata e gli ha detto cose non piacevoli, per quanto meritate.

Certe cose, Martens, si pensano e ci si impegna perché succedano, ma non si dicono. Soprattutto se si è tedeschi e si chiede, in Serbia, a un ucraino in che maniera ‟l’Europa” possa aiutarli a uccidere più russi; soprattutto se al tempo dell’ultimo assalto armato dell’Occidente all’Est il proprio nonno era procuratore, ovvero l’accusa nei processi (e quindi, nella Germania nazista, si sarà occupato oltre che di furti di galline anche di ebrei e comunisti. Ma erano tempi complicati, bisogna contestualizzare e i comunisti, si sa, sono peggio dei nazisti) e poi ufficiale nello Stato maggiore della Wehrmacht, il cui ruolino di marcia, a est, non è specchiato e la cui ideologia di espansione, sempre a est, abbiamo convenientemente messo sotto il tappeto per concentrarci sugli ebrei, che sono come noi, ed evitare di pensare agli europei dell’est, che non lo sono del tutto e che lo sono sempre meno quanto più a est si va.

Un ceco sì, è come noi, uno sloveno sì, un polacco di solito sì ma dipende, per il resto chissà. Anche gli ucraini sono stati in fondo promossi ‟europei” solo nel 2014, con una buona quantità di distinguo, e si fa presto a essere retrocessi.

* Esperto di lingue e culture dell'Europa Orientale, Componente del Comitato Scientifuco dell'Osservatorio


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