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La maglietta di Mauthausen
di Edoardo Morello
Cinquantotto gradini, poi la cava, poi ancora gradini. A Mauthausen li chiamavano la Scala della Morte, e i deportati la salivano a spalla, sotto il peso di blocchi di granito che avrebbero dovuto costruire l'impero e invece costruivano solo cadaveri.
La settimana scorsa ci sale un gruppo di adolescenti arrivati da un campo estivo internazionale antifascista, con le magliette che chiedono la liberazione della Palestina. Su alcune, insieme alla bandiera, compare anche l'immagine di una donna coinvolta in un attentato del 1978 sulla costa israeliana, dettaglio che finisce per offuscare tutto il resto.
Ma la scena non si gioca lì. Si gioca su una voce femminile, inglese con accento americano, che si alza contro il gruppo appena varca il cancello. Si rivolge alla guida con tono da interrogatorio: come può permettere magliette del genere in un campo di concentramento? La guida balbetta, non ha tempo, deve stare con gli studenti. La voce non molla, ripete la domanda ai ragazzi uno per uno, sempre più acuta, finché uno di loro prova a spiegare che quello che Israele fa a Gaza è un genocidio.
Allora la voce esplode: non chiamatelo genocidio qui dentro, dice, questo è il genocidio vero.
Nei siti di memoria, un campo di sterminio, un memoriale, una lapide comune, succede sempre la stessa cosa: il luogo smette di essere solo pietra e diventa un dispositivo rituale, un posto dove una comunità rinnova un patto con se stessa. Il problema, a Mauthausen come ovunque, è che nessuno ha mai concordato il testo di quel patto.
"Mai più" è una formula liturgica bellissima e vuota, un contenitore che ciascuno riempie con la propria urgenza. Per la donna che urla al cancello, il rito consiste nel tenere quel dolore sigillato, intoccabile, di proprietà esclusiva. Per i ragazzi con le magliette, consiste nell'estendere la stessa promessa a chiunque oggi si trovi sotto un'altra macina.
Gideon Levy, che di questa contraddizione scrive da decenni sulle pagine di Haaretz, l'ha messa a fuoco con la consueta scomodità. Si chiede, nel suo ultimo pezzo, cosa ci sia di così sorprendente nel fatto che qualcuno interpreti il "mai più" come un divieto rivolto a tutti, e non un privilegio riservato a chi lo pronuncia.
Osserva che decine di migliaia di liceali israeliani tornano ogni anno da gite ad Auschwitz con addosso un inno ultranazionalista invece che una domanda, convinti, scrive, che dopo l'Olocausto tutto sia loro concesso. E aggiunge una cosa che la cronaca internazionale ha lasciato cadere: chi chiedeva la liberazione della Palestina, a Mauthausen, non erano liceali israeliani. Avrebbero dovuto esserlo, soprattutto dopo Gaza.
La grana fine dell'episodio conta più del suo esito polemico. Nessuno, in quello scambio, ha davvero ascoltato l'altro. La voce al cancello non ha chiesto ai ragazzi perché indossassero quelle magliette, in quel luogo, in quel giorno: ha dato per scontato il senso, come si fa sempre quando un simbolo tocca un nervo scoperto. I ragazzi si sono difesi ma non hanno spiegato, e la scena, raccontata da chi c'era, è fatta di repliche brevi, quasi monosillabiche, mentre intorno la tensione cresce.
La stessa coreografia torna identica nei cortei di Fiumicino, nelle manifestazioni per Gaza sul lungomare, nei murales cancellati e riscritti nelle notti di ottobre: il corpo giovane usato come superficie di proiezione, che spesso non sa spiegarsi, o semplicemente non ne ha lo spazio.
Chi ha autorità su un luogo di memoria? È una domanda che l'antropologia pone sempre prima di giudicare, e a Mauthausen resta senza una risposta condivisa. Levy ne dà una implicita, con un'immagine tagliente: se si continua così, scrive, tra poco Israele manderà la propria polizia di frontiera a controllare all'ingresso di un campo di concentramento austriaco cosa la gente indossa e in cosa crede, lo stesso rito d'ingresso dell'aeroporto di Tel Aviv, trapiantato sui gradini della Scala della Morte.
Forse la lezione, se di lezione si può parlare, e diffido sempre di chi la offre già confezionata, non riguarda chi avesse ragione al cancello di Mauthausen. Riguarda il fatto che continuiamo a portare i lutti presenti dentro i sepolcri altrui, sperando che la pietra ci assolva o ci armi. I 186 gradini restano lì, verticali, indifferenti alla bandiera che qualcuno indossa mentre li sale. Aspettano solo di essere saliti in silenzio, se possibile. Ma il silenzio è la cosa più difficile da chiedere a chi ha vent'anni e la storia già addosso.
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𝐹𝑜𝑛𝑡𝑖: 𝐺𝑖𝑑𝑒𝑜𝑛 𝐿𝑒𝑣𝑦, 𝐻𝑎𝑎𝑟𝑒𝑡𝑧, 9 𝑎𝑔𝑜𝑠𝑡𝑜 2026; 𝑌𝑛𝑒𝑡𝑛𝑒𝑤𝑠; 𝑇ℎ𝑒 𝑇𝑖𝑚𝑒𝑠 𝑜𝑓 𝐼𝑠𝑟𝑎𝑒𝑙.
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