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09 agosto 2026
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Bambini in guerra
di Emma Buonvino

È importante capire che cosa significhi davvero la guerra dentro la mente di un bambino.

Per un adulto la guerra è già un'esperienza devastante. Per un bambino può diventare qualcosa di ancora più profondo: la distruzione dell'idea stessa di sicurezza, di casa, di futuro e persino di ciò che significa essere vivi.

Che cos'è la guerra per un bambino?

Un bambino non possiede ancora gli strumenti cognitivi di un adulto per comprendere pienamente ciò che sta accadendo.

Un adulto può pensare: "Questa guerra è iniziata per queste ragioni. Ci sono eserciti, obiettivi politici, un conflitto. Prima o poi finirà."

Un bambino spesso vive qualcosa di molto più elementare: "Sto per morire?"
"Mamma morirà?"
"Dove andremo?"
"Perché la nostra casa non c'è più?"
"Perché qualcuno vuole farci del male?"
"Quando arriverà il prossimo bombardamento?"
E soprattutto: "Sono al sicuro?"

Quando questa domanda non trova una risposta rassicurante per giorni, mesi o anni, il cervello del bambino può rimanere intrappolato in uno stato di allarme continuo.

L'Organizzazione Mondiale della Sanitàspiega che l'esposizione ripetuta a eventi traumatici, la violenza, il ferimento grave e il vedere altre persone ferite o uccise aumentano il rischio di conseguenze psicologiche, compreso il disturbo post-traumatico da stress (PTSD).

Il cervello del bambino non ha ancora finito di costruirsi. Questa è forse la cosa più importante da capire.
L'infanzia e l'adolescenza sono periodi nei quali il cervello sta ancora sviluppando capacità fondamentali: regolazione delle emozioni, controllo degli impulsi, apprendimento, memoria, capacità di relazione e costruzione dell'identità.

Per questo l'esposizione prolungata alla violenza può interferire con lo sviluppo neurologico e con il funzionamento dei sistemi che regolano stress, emozioni e apprendimento. L'OMS segnala che l'esposizione alla violenza durante l'infanzia può compromettere lo sviluppo cerebrale e del sistema nervoso, con conseguenze cognitive ed educative anche a lungo termine.

Immagina quindi un bambino che dovrebbe utilizzare le proprie energie per: giocare → imparare → esplorare → fare amicizia → sviluppare la propria personalità.

La guerra può costringerlo invece a utilizzare quelle stesse energie per: ascoltare → controllare → nascondersi → scappare → riconoscere il pericolo → sopravvivere.

È una differenza enorme. Il cervello entra in "modalità sopravvivenza".

Quando un bambino percepisce un pericolo, il suo organismo attiva la risposta allo stress.

Il cuore accelera.
La respirazione cambia.
I muscoli si preparano alla fuga.
L'attenzione si restringe.
Il cervello cerca continuamente segnali di pericolo.

Questa risposta è normale e utile quando il pericolo è momentaneo.
Il problema nasce quando il pericolo non finisce.

Un bambino che vive sotto bombardamenti, violenza, sfollamento, fame, perdita dei genitori o paura continua può non avere mai la possibilità di tornare veramente allo stato di sicurezza.

UNICEF descrive questo fenomeno parlando di stress tossico: quando la risposta allo stress rimane attivata per periodi prolungati, può influenzare apprendimento, comportamento, salute e capacità di sentirsi al sicuro nelle relazioni.

E qui c'è qualcosa di terribile: per un bambino il pericolo non deve necessariamente essere presente in quel preciso momento perché il suo corpo continui a comportarsi come se lo fosse.

Un rumore improvviso.
Un aereo.
Un'esplosione lontana.
Una porta che sbatte.
Una sirena.
Un odore.
Un'immagine.
Persino il buio.
Possono diventare segnali capaci di riattivare la paura.

Il trauma non è soltanto "ricordare qualcosa di brutto".
Questa distinzione è fondamentale.

Un bambino traumatizzato non necessariamente pensa continuamente: "Ricordo il bombardamento."

A volte il trauma si manifesta attraverso il corpo e attraverso comportamenti che il bambino stesso non comprende.

Può avere: incubi; difficoltà ad addormentarsi; risvegli improvvisi; paura di rimanere solo; pianto frequente; irritabilità; aggressività; difficoltà a concentrarsi; regressione comportamentale; mutismo o ritiro sociale; forte ansia; attacchi di panico; paura dei rumori; bisogno ossessivo di stare vicino a un adulto; perdita dell'interesse per il gioco; difficoltà scolastiche; sensazione di colpa; tristezza profonda.

Nel PTSD possono comparire tre grandi gruppi di sintomi: rivivere l'evento, evitare ciò che lo ricorda e rimanere in uno stato di iperattivazione/allerta.

E poi c'è il lutto.

Immagina di avere otto anni.
Hai una madre.
Un padre.
Un fratello.
Una nonna.
Una casa.
Un letto.
I tuoi giocattoli.
Una scuola.
Gli amici.
Un luogo che chiami "casa".
E improvvisamente qualcosa di tutto questo scompare.

Non perdi soltanto una persona.
Perdi il mondo che avevi conosciuto.

Un bambino può non avere ancora gli strumenti per elaborare la morte come un adulto.
E quando la morte è violenta, improvvisa e senza possibilità di saluto o rituale, l'elaborazione del lutto può diventare ancora più difficile.

La guerra distrugge anche il gioco

Questo aspetto viene spesso sottovalutato.

Il gioco non è un lusso dell'infanzia. È uno degli strumenti attraverso cui il bambino impara a conoscere il mondo.

Giocando costruisce relazioni, sperimenta emozioni, sviluppa linguaggio, immaginazione e capacità sociali.

Quando la guerra invade ogni spazio, anche il gioco può cambiare.

Un bambino può trasformare ciò che vede quotidianamente nei propri giochi: soldati. armi. bombardamenti. fughe. morti. case distrutte. ospedali. funerali.

Non perché "sia diventato cattivo". Ma perché il suo gioco sta cercando di dare una forma a una realtà che non riesce a comprendere.

E la scuola?

La scuola è molto più di un edificio.
È routine.
È stabilità.
È relazione con gli adulti.
È amicizia.
È apprendimento.
È progettazione del futuro.

Quando una guerra interrompe sistematicamente la scuola, il bambino perde quindi qualcosa che va oltre l'istruzione.

Perde una struttura quotidiana che gli dice: "domani esisterà ancora".

UNICEF ha documentato, per esempio, come nei conflitti prolungati la distruzione e l'interruzione della scuola, la separazione dalle persone care e lo sfollamento abbiano contribuito a crisi di salute mentale e apprendimento tra i bambini.

Il bambino può imparare che il mondo è pericoloso. Questo può avere conseguenze profonde.

Un bambino dovrebbe sviluppare progressivamente una convinzione fondamentale: "Il mondo può essere affrontato."

La guerra può insegnargli l'opposto: "Il mondo può uccidermi in qualsiasi momento."

Questa convinzione può influenzare: le relazioni; la fiducia negli altri; la capacità di separarsi dai genitori; la capacità di progettare il futuro; la percezione del proprio corpo; l'autostima; la capacità di provare gioia.

Ecco perché il trauma infantile non riguarda soltanto il passato. Può modificare il modo nel quale una persona guarda il futuro.

E non tutti i bambini reagiscono nello stesso modo Questo è importantissimo.

Non possiamo dire: "Tutti i bambini che vivono una guerra svilupperanno un disturbo mentale."

Non è vero. L'OMS sottolinea che la maggioranza delle persone esposte a eventi traumatici sperimenta sofferenza psicologica, ma molte recuperano nel tempo; solo una parte sviluppa un disturbo persistente.

Esistono fattori protettivi potentissimi.
Un adulto amorevole.
Una famiglia unita.
Un luogo sicuro.
La possibilità di andare a scuola.
La presenza di amici.
Routine quotidiane.
Assistenza psicologica.
La possibilità di giocare.
E soprattutto la fine dell'esposizione alla violenza.
UNICEF sottolinea proprio l'importanza della presenza di adulti capaci di offrire sicurezza e sostegno nel proteggere il bambino dagli effetti dello stress prolungato.

Il cervello di un bambino può guarire. E questa è la parte che non vorrei mai perdere.

Il trauma non significa necessariamente una condanna per tutta la vita.

Il cervello infantile possiede una grande capacità di adattamento.

Un bambino che riceve protezione, amore, stabilità, istruzione, cure mediche e sostegno psicologico può recuperare moltissimo.

Ma c'è una condizione fondamentale: bisogna permettergli di tornare bambino.

Non basta dirgli: "Non avere paura."
Bisogna creare una realtà nella quale abbia finalmente motivo di non averne.

E allora cos'è davvero la guerra per un bambino?
Non è soltanto una bomba.
Non è soltanto un proiettile.
Non è soltanto una casa distrutta.

La guerra per un bambino può essere:
il letto nel quale non riesce più a dormire.
La madre che stringe la sua mano durante un bombardamento.
Il padre che improvvisamente non torna più a casa.
Il fratello che non c'è più.
La scuola che non esiste più.
Il giocattolo rimasto sotto le macerie.
Il rumore degli aerei che gli fa battere il cuore.
La paura di addormentarsi perché potrebbe non svegliarsi.
La paura di perdere l'unica persona che gli è rimasta.
La domanda "dove andremo domani?"

E forse la cosa più terribile è questa: un bambino dovrebbe imparare che gli adulti sono lì per proteggerlo.
La guerra può insegnargli invece che nemmeno gli adulti possono proteggerlo.
È una frattura psicologica profondissima.

Ecco perché parlare semplicemente di "vittime civili" rischia di essere riduttivo.
Quando una guerra colpisce un bambino, non colpisce soltanto il suo presente. Può colpire la costruzione della persona che diventerà.
E quando milioni di bambini crescono dentro conflitti prolungati, la conseguenza non riguarda più soltanto una generazione: riguarda anche la società che quei bambini costruiranno da adulti. L'OMS evidenzia infatti che le esperienze avverse nell'infanzia possono avere conseguenze che si protraggono nell'età adulta e influenzare salute, istruzione, relazioni e opportunità.

Per questo proteggere un bambino dalla guerra non significa semplicemente impedire che sia ucciso.
Significa proteggere la sua mente, la sua capacità di fidarsi, di amare, di giocare, di imparare, di sognare e di immaginare un domani.

E forse è proprio questo che dovremmo ricordare ogni volta che vediamo la fotografia di un bambino in mezzo a una guerra: non stiamo guardando soltanto un bambino che sta soffrendo oggi. Stiamo guardando un essere umano al quale dovrebbe essere consentito di diventare ciò che avrebbe potuto essere.

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