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Casablanca: tanti spunti sui diritti
di Alberto Borghesani
Grazie a Rai play ho colmato una lacuna, direi, esistenziale: ho guardato Casablanca.
Di una modernità quasi spiazzante per ritmi e temi.
È il film con cui Hollywood guarda, forse per la prima volta, all'Europa con sincera curiosità. Ci sono i francesi fanfaroni e doppiogiochisti, i tedeschi arroganti ma stupidi e gli italiani logorroici, gesticolanti e servili. Sembra girato ieri.
C'è Bogart che piange. La Bergman che tiene in piedi con disinvoltura una doppia relazione. E poi, sorpresa, c'è la prova, in un dialogo, che già nel '42 fosse chiaro cosa stessero facendo i nazisti nei campi di concentramento (la balla del "non potevamo sapere" bellamente sfatata).
E poi quel finale in cui il cinismo d'acciaio e alcol di Rick, di colpo, si scioglie in un atto eroico e in uno di puro sacrificio amoroso (quasi un martirio cristologico).
Femminista, romantico (nel senso letterale del termine), antifa (anche qui in senso letterale e comunque più di una spaghettata o della Schlein, sicuro), no-border (tutta la storia verte su carte d'imbarco per volare a Lisbona e da lì in America, quando ancora era in cerca di migranti), pacifista (forse unico film americano sfondo seconda guerra mondiale in cui non sono citati i Russi come nemico), a suo modo pure antirazzista, promuovendo il pianista di colore Sam a co-protagonista, nonostante un doppiaggio che lo fa parlare come la Mami di Via col vento.
Insomma è più moderno di sì dai, quel film di cui stiamo tutti parlando da mesi... no, non Spiderman... l'altro...
 
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