 |
A Gaza pace senza giustizia?
di Cristina Siqueira
La prima opera del "Board of Peace" non è una scuola. Non è un ospedale. Non è una casa. È una caserma.
Basterebbe questo per capire cosa si nasconde dietro una parola che ormai è stata svuotata di ogni significato.
Da mesi ci raccontano che il futuro di Gaza passerà attraverso la "ricostruzione". Ma ricostruire non significa militarizzare. Non significa affidare il controllo del territorio a nuove strutture di sicurezza mentre milioni di palestinesi restano senza casa, senza acqua, senza cure e senza alcuna garanzia di poter vivere nella propria terra.
La pace non nasce dalla presenza delle armi.
Nasce dal riconoscimento dei diritti.
Un organismo che porta il nome di Board of Peace dovrebbe restituire dignità a un popolo devastato da mesi di guerra, non inaugurare una caserma come primo simbolo della propria presenza.
È l'ennesima dimostrazione di come la comunità internazionale continui a parlare di pace senza avere il coraggio di affrontarne il presupposto fondamentale: la giustizia.
Non ci sarà pace finché ai palestinesi verrà negato il diritto all'autodeterminazione.
Non ci sarà pace finché la sicurezza di uno sarà costruita sulla negazione dell'esistenza dell'altro.
Non ci sarà pace finché il linguaggio della diplomazia servirà a mascherare decisioni che consolidano il controllo militare invece di porvi fine.
Le parole contano.
Ma contano ancora di più i fatti.
E quando la prima pietra della "pace" è una caserma, il messaggio è inequivocabile: non si sta costruendo la pace. Si sta costruendo il modo per amministrare un'occupazione e renderla permanente.
La pace senza giustizia è solo un'altra forma di dominio.
VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA
 
Dossier
diritti
|
|