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06 agosto 2026
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Scudi umani
di Alessandro Ferretti

Due giorni fa, al presidio davanti a SPIN TIME LABS a Roma, un bambino di diciotto mesi ha avuto una crisi respiratoria a causa del caldo asfissiante. Sotto la notizia, sui social, più d’uno ha commentato: colpa dei presidianti, che “usano i bambini come scudi umani”.

Questa frase la sentiamo da decenni, usata migliaia di volte per giustificare i massacri di civili in Palestina: è la formula magica che trasforma le vittime in armi mediatiche. Chi la pronuncia assolve sia chi ha deciso il sequestro dell’immobile che sè stesso che lo ha invocato: se quel bambino è in realtà uno strumento di offesa allora non solo la sua sofferenza non è colpa nostra, ma si devono raddoppiare gli sforzi per debellare i diabolici sgomberati.

Ma le similitudini non si fermano qui, perché il meccanismo che produce la pulizia etnica a Gaza è lo stesso che produce lo sgombero di Spin Time. In entrambi i casi c’è qualcuno che usa violenza su persone prive di potere: a Gaza si usano le bombe, la fame, la devastazione, a Roma le armi sono il sequestro giudiziario e il caldo insostenibile di agosto. Anche l’obiettivo è lo stesso: strappare loro quel poco che hanno per poi cancellarli dalla storia.

Il fatto è che i palestinesi non sono solo in Palestina: sono le persone senza potere la cui mera esistenza in vita ostacola i piani e le bramosie di chi ha già tutto. Sono nei territori che i coloni vogliono rubare ma anche nei quartieri popolari che i padroni vogliono gentrificare; sono coloro che, se osano ribellarsi e resistere, vengono immediatamente trasformati nei peggiori criminali e i loro corpi diventano nient’altro che un problema di ordine pubblico.

I peggiori destri lo hanno capito da tempo e li odiano in modo equanime, a Gaza come a Roma, perché riconoscono in essi la stessa minaccia alla loro libertà di espropriare, sfruttare, dominare, schiacciare.

Invece, nella sedicente sinistra, molti non lo hanno capito, o forse non lo vogliono capire. Ci sono quelli che si attivano per i palestinesi lontani, salgono sui palchi, firmano appelli, condividono post con la bandiera. Ma quando il dispossessato è vicino, nel loro stato o nella loro città, fanno finta di non vedere o addirittura partecipano direttamente alla criminalizzazione, invocando la legalità e il rispetto di regole create per garantire le disuguaglianze e i privilegi.

La loro è empatia selettiva: si commuovono quando la distanza rende la compassione gratuita, e si voltano quando la solidarietà chiede un prezzo.

Per fortuna non è sempre così. A Gaza come a Spin Time, chi subisce la violenza del potere non è da solo. Ci sono persone che, pur non essendo vittime dirette, lottano insieme a loro. La loro non è elemosina per pulirsi la coscienza, o sindrome da salvatore bianco: scelgono di stare accanto, non sopra. Resistono perché riconoscono che l’umanità delle vittime è anche la loro.

La solidarietà vera non è carità, non è il gesto verticale di chi ha di più verso chi ha di meno. È uno scambio tra pari, anche quando le risorse materiali scorrono in una sola direzione. Chi è autenticamente solidale non vede nell’altro un bisognoso cui elargire aiuto, ma un fratello o una sorella in difficoltà temporanea: qualcuno che, a parti invertite, farebbe esattamente lo stesso con lui.

Ma c’è qualcosa di più. La solidarietà non è solo un gesto tra chi subisce la violenza e chi sceglie di non voltarsi, ma è un patto che difende qualcosa che riguarda tutti. I valori che proteggiamo quando difendiamo un bambino a Gaza o una madre a Spin Time sono gli stessi: ogni vita ha valore, nessuno è di troppo, la dignità non si negozia.

Questi valori sono fondamentali per tutti gli esseri che restano umani perché senza di essi non c’è comunità, non c’è gioia, non c’è futuro.

In questo patto le differenze tra chi dà e chi riceve diventano trascurabili: si lotta insieme per lo stesso obiettivo, per costruire una comunità umana trasversale e universale nella quale le diversità sono ricchezza e le potenzialità umane si sviluppano collettivamente. Non è utopia: è l’unica alternativa alla macchina che ci vuole ingranaggi, scudi, ostacoli. “Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” non è uno slogan del passato: è la grammatica viva di questo patto, ed è una grammatica che non conosce confini.

Chi non si volta, chi manifesta, chi presidia lo sa: la lotta è una sola. Il bambino di Spin Time e il bambino di Gaza si somigliano non per metafora, ma perché sono lo stesso corpo esposto allo stesso potere e alla stessa ideologia del dominio. Difendere l’uno significa difendere l’altro, e chi separa le due lotte non ne difende nessuna: perché ogni volta che un corpo indifeso viene trasformato in un problema, è tutta l’umanità che perde un pezzo di sé.

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