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Ebrei iraniani: WSJ intervista il rabbino capo
di Leandro Leggeri
Il Wall Street Journal ha dedicato un approfondimento alla comunità ebraica iraniana, una delle più antiche al mondo, attraverso la figura del rabbino capo Yehuda Gerami, alla guida di una comunità che, secondo le sue stime, conta circa 20.000 ebrei e dispone di una sessantina di sinagoghe attive, scuole religiose, un ristorante kosher, una yeshivah e numerosi bagni rituali.
Gerami, cittadino iraniano e statunitense, ha ribadito che la sua missione è esclusivamente religiosa: «Non sono un politico. Ciò che mi interessa è la vita ebraica, non la politica».
Secondo il rabbino, la sopravvivenza della comunità si basa su un equilibrio delicato: rimanere fedele all'Iran, evitare il coinvolgimento nelle questioni politiche e non intrattenere rapporti con Israele, mantenendo così la possibilità di praticare liberamente la propria religione.
L'articolo ricorda tuttavia anche le limitazioni imposte agli ebrei iraniani, ai quali è vietato visitare Israele o mantenere contatti con cittadini israeliani.
Dopo la Rivoluzione islamica del 1979, la comunità si è drasticamente ridotta rispetto agli oltre 100.000 membri dell'epoca dello Shah, mentre negli anni sono stati registrati arresti, processi e casi di discriminazione, soprattutto nei primi decenni della Repubblica islamica.
Secondo il Wall Street Journal, la guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti ha reso ancora più delicata la posizione della comunità ebraica iraniana.
Gerami ha riconosciuto che il conflitto «ha un effetto negativo su di noi» ma ha ribadito che il suo obiettivo resta quello di garantire agli ebrei iraniani «la possibilità di vivere come ebrei».
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