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La foto sul comodino
di Alessandro Ferretti
Cosa stanno facendo le due soldatesse di così entusiasmante da essere tanto gioiose e sorridenti? Stanno forse festeggiando una licenza, una promozione, un compleanno? Purtroppo no.
Il motivo di tanta letizia è che in mezzo a loro c’è un uomo palestinese legato e bendato, col capo chino, seduto per terra contro un muro, completamente indifeso.
Non conosciamo con certezza il nome delle soldatesse: sappiamo però che appartengono all’esercito israeliano e che la foto è stata pubblicata con fierezza da Nikol Stelmashvski, anch’essa soldatessa dell'”esercito più morale del mondo” sul suo account Instagram, probabilmente per vantarsi delle sue prodezze.
Sappiamo invece il nome del palestinese rapito: si chiama Mahmoud Al-Drimli ed era scomparso nel nulla il 2 novembre 2024 mentre cercava di riunirsi con suo fratello a Gaza City. Non ha niente a che fare con la resistenza palestinese, ed è stato riconosciuto nella foto da suo fratello e da sua madre che da quasi due anni non sapevano più nulla di lui.
A tutt’oggi non sappiamo altro; l’esercito occupante non si è manco degnato di prendere nota dell’immagine e la famiglia continua a non sapere dove sia Mahmoud, come stia, neanche se sia vivo o morto. Un incubo di dolore, che va avanti da oltre seicento giorni.
Non sono certo le due soldatesse israeliane, le vere responsabili di questo orrore. Lo si capisce dal loro sorriso ebete, dalla loro autolesionistica disponibilità ad autoincriminarsi facendosi fotografare a fianco della prova dei loro delitti. Queste persone sono solo ingranaggi, il prodotto finale di terrorizzanti campagne propagandistiche pluridecennali tese a disumanizzare tanto loro quanto le loro vittime. Docili e volenterose aguzzine, macchine senza coscienza ideali per eseguire i crimini più atroci.
I più grandi responsabili stanno altrove. Ad esempio: nessun grande giornale ha pubblicato la foto o anche solo menzionato la notizia di questo rapimento, nessun media mainstream ha chiesto al governo israeliano i motivi della sua detenzione, nessuno ha raccontato la storia o la vita di Mahmoud, nessuno ha condotto interviste strappalacrime ai suoi parenti e amici.
È proprio grazie al deliberato silenzio di editori, direttori e sottoposti giornalisti occidentali (italiani inclusi), che guadagnano lauti stipendi tacendo ogni giorno, da quasi tre anni, su innumerevoli crimini tanto atroci quanto scientificamente pianificati, che la famiglia di Mahmoud continuerà ad ignorare la sorte del loro caro e che le soldatesse dell'”esercito più morale del mondo” potranno serenamente continuare a tenere quella foto sul comodino, per guardarla ogni sera prima di addormentarsi e pensare con nostalgia a quel momento in cui avevano un uomo solo, legato, bendato, indifeso e sofferente alla loro completa mercé.
Quelli che hanno ancora coscienza lo sanno bene: nessun genocidio può essere perpetrato senza una scorta mediatica pagata per ingannare, coprire, falsificare, legittimare. In questi tre anni i crimini più orrendi sono stati compiuti in piena vista, in faccia al mondo intero, anche grazie a coloro che hanno fatto lo sporco lavoro di raccontarli come altro.
Loro sono molto più colpevoli delle soldatesse. Senza il loro lavoro quotidiano il mondo si sarebbe ribellato da tempo e avrebbe fermato la macchina; ma soprattutto, questi abilitatori del genocidio non sono vittime della propaganda.
Sanno esattamente ciò che fanno: non agiscono per ignoranza o stupidità, ma per avidità di denaro e di potere. Architettano la messinscena che copre l’uccisione di decine di migliaia di uomini, donne e bambini e la tortura quotidiana di milioni di palestinesi in cambio di un posto di lavoro invidiato, di un passaggio in televisione, di un SUV più grosso di quello del vicino. Lo fanno per ingraziarsi i potenti, per sentire l’ebbrezza di essere qualcuno nel mondo dell’informazione “che conta.” Non è follia, non è un errore. È la banalità del male nella sua forma più moderna e più pura.
Ma i complici non si illudano: il dolore inferto a Mahmoud al-Drimli e a un numero incalcolabile di altre vittime non può essere dimenticato. Non solo dalle soldatesse che hanno voluto quella foto, ma da chiunque l’abbia guardata e abbia riconosciuto, in quelle espressioni, la ferocia disumana scatenata contro un popolo inerme.
C’è una cosa che voi, che per un po’ di soldi e un po’ di potere aiutate i più grandi criminali della storia a portare l’intera Terra verso la catastrofe, non avete capito e non potete capire: non tutti gli esseri umani sono avidi, stupidi ed egoisti come voi. Esistono milioni e milioni di persone capaci di ragionare che non hanno soppresso la voce della coscienza e che, a causa degli orrori da voi resi possibili, hanno ora una missione precisa nella loro vita. Hanno capito chi siete, cosa fate già da ben prima del sette ottobre, e soffrono ogni giorno per ciò che viene inflitto ai palestinesi e a tutte le altre vittime della vostra servile ambizione.
C’è anche un’altra cosa che non avete capito: il piano di asservimento totalitario del pianeta non è sostenibile, e quindi non è invincibile. Lo abbiamo già visto vacillare, quando milioni di persone sono scese in piazza per Gaza e hanno paralizzato paesi interi, costringendo il mondo a vedere ciò che voi volevate cancellare. Il cessate il fuoco, per quanto incompleto e tradito ogni giorno, non è caduto dal cielo: è stato strappato. È per questo che i vostri padroni hanno fretta. Hanno fretta di trasformare in token le terre rubate, di firmare contratti, di deportare i sopravvissuti nei compound-lager, di dichiarare che “è finita, si ricostruisce”, perché il terreno sotto di loro sta franando. Gli umani non cedono e non dimenticano, gli indici di gradimento crollano, il malcontento cresce. Anche il tempo lavora contro i devastatori.
Non è una vuota sete di vendetta che motiva chi si è messo in movimento: è autodifesa, è istinto di sopravvivenza unito a un’inesorabile sete di giustizia. E quell’istinto trova il modo di manifestarsi dal basso: nell’attività di controinformazione, nei presidi e nelle piazze che contestano, nei tribunali che cominciano a chiamare i crimini col loro nome, nelle comunità che si aggregano per difendere collettivamente territori e diritti. La macchina che cerca di asservire il mondo dipende da una moltitudine di ingranaggi, e le moltitudini resistenti sono sabbia che rallenta, inceppa, disarticola.
È la parte migliore dell’umanità, quella che avete messo in movimento con la vostra opera. Ha già dimostrato di poter incidere e sa che i potenti, nonostante la loro arroganza, non sono onnipotenti. E non si fermerà, perché sa che la posta in gioco va ben al di là della Palestina, perché la vittoria del totalitarismo sarebbe una sentenza di morte per tutto ciò per cui vale la pena vivere.
È una promessa fatta da gente che le promesse le mantiene: di fronte al pericolo che voi costituite per l’umanità intera, l’umanità non ha altre alternative se non quella di continuare a lottare per sé e per tutti i Mahmoud vittime della follia sadica e suprematista di macchine senza cuore. È una lotta che non sarà facile nè breve, ma che non si fermerà fino a quando anche l’ultimo ingranaggio di questo dispositivo non sarà finalmente insabbiato.
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