Osservatorio sulla legalita' e sui diritti
Osservatorio sulla legalita' onlusscopi, attivita', referenti, i comitati, il presidenteinvia domande, interventi, suggerimentihome osservatorio onlusnews settimanale gratuitaprima pagina
02 agosto 2026
tutti gli speciali

La caverna dei sette ladri
di Rinaldo Battaglia *

Se il 10 febbraio è passato in Italia alla memoria come il Giorno del Ricordo, per tener viva la tragedia delle foibe, gli altri 334 giorni sarebbero da dedicare ai crimini, ruberie e alle ‘furbizie’ commesse in quelle terre, commesse ovviamente ‘anche’ da noi italiani. O almeno se non tutti i 334 rimanenti giorni, almeno per una buona parte di loro.

Una di queste vicende iniziò a Belgrado, il 17 marzo 1941, un mese esatto prima che la città e l’intera Jugoslavia si arrendessero ufficialmente al Fuhrer e, dal nostro punto di vista, anche al Duce.

Quel giorno chi capiva come stavano andando le cose, come il giovane re Pietro (figlio di Alessandro I°, ucciso a Marsiglia il 9 ottobre 1934 forse da uomini di Roatta e Mussolini), i suoi ministri e molti suoi alti generali, tagliarono la corda verso altri lidi e portandosi ovviamente appresso le giuste scorte di sopravvivenza.

E assieme a queste - chissà come mai - anche ‘solo’ 57 autocarri, pieni carichi di ‘sole’ 1.300 cassette di legno, con tanto di etichetta ‘Banque Nationale Royame de Jugoslavie - Caisse Centrale’. Al fine di rendere poi le cose facili, ogni cassetta, contenente precisamente 55 chili d’oro fino in lingotti, venne numerata in rosso. All’incirca per un peso totale di 60 tonnellate.

Ma evidentemente non bastava: su altri 8 autocarri viaggiava un altro tesoro, per lo più fondi di proprietà dei fuggitivi, per un altro totale di 64.494.177 dinari jugoslavi, 223 mila franchi francesi, 175 mila corone, 76.675 mila dollari. Cent più, cent meno.

Inoltre vi era segnato un terzo tesoro, quello ‘personale’ del re che non poteva di certo esser mischiato e confuso con quello dei subalterni. Si parla di 500 milioni di dinari in biglietti da mille e di un imprecisato numero di casse piene di gioielli e monete d’oro, il tutto contenuto in poveri sacchi di tela ruvida.

Il viaggio da Belgrado verso il Nord fu alquanto lento per non destare sospetti e solo il 14 aprile, sotto la scorta di oltre cento uomini armati, il convoglio arrivò nei pressi di Kotor (Cattaro), con intento di imbarcarsi dal porto locale e puntare all’Egitto, in quel momento ancora saldamente in mano agli Inglesi e coi quali (tramite l’ambasciatore di Belgrado) si era concordata la fuga. Probabilmente anche in Grecia, partendo dall'aeroporto di Krapina, se Hitler non avesse invaso, dopo la Jugoslavia, anche quel paese.

Ma nel frattempo il 6 di aprile era proprio iniziata l’invasione nazi-fascista e fra il 9 e il 13 aprile l’Italia occupò la Dalmazia fino proprio alle bocche di Cattaro (il resto venne occupato dagli uomini di Hitler).

Il 15 aprile l'ufficiale di stato maggiore che comandava il prezioso convoglio, ricevette l’ordine dal sovrano, in attesa dell’imbarco, di nascondere tutto il tesoro in una caverna naturale a due chilometri dalla città di Niksic, sulla strada per Podgorica, vicino alla base navale di Cattaro.

Era chiamata da secoli come la ‘caverna dei sette ladri’, in quanto – si diceva - due/tre secoli prima, sette banditi avessero l’abitudine lì di depositare il frutto delle rapine e scorrerie. Ma non fidandosi del tutto dei suoi, il re ordinò che la sua parte, il tesoro della corona, fosse invece nascosto nelle grotte del monastero del patriarca Gavrilov, sul monte Ostrog. Tutto tranne 15 milioni di dinari per le spese personali e per pagarsi meglio la fuga. Così almeno si racconta.

Ma nel frattempo, il 17 aprile l’Italia con le divisioni Centauro, Messina e Marche, occupò l’intero Montenegro, e pertanto il piano del re (e del suo governo) divenne non più possibile, almeno nell’immediato. Anche perchè i servizi segreti di Mussolini vennero a conoscere in fretta l’esistenza di quel viaggio e, soprattutto, del suo interessante motivo.

Il generale Roatta, non perse un secondo e ordinò di recuperate l’oro jugoslavo, prima che sparisse o che magari i nazisti – nel frattempo impossessatisi di Belgrado - reclamassero diritti o royalties.

A gestire l’operazione venne incaricato un suo uomo di fiducia, il generale Riccardo Pentimalli, comandante della divisione Marche, che in breve – minacciando e pagando a destra e a manca - arrivò al tesoro, facendo immediatamente piantonare la ‘caverna dei sette ladri’. Fu da quel momento che entrò in scena un giovane fascista che proprio in quei giorni festeggiava le sue 22 primavere. Era già in carriera e si trovava in Jugoslavia al seguito di un ex- federale di Pistoia, Luigi Alzona, che lo aveva già trasformato in un valido agente del Servizio Informazione Militari (Sim).

Di nome faceva Licio Gelli.

Sì, Licio Gelli. Vi dice nulla quel nome?

Fu il giovane Gelli a studiare un piano perfetto per confondere le idee a chi volesse - caso mai - non averle confuse. Gelli propose l’idea di un falso ‘treno ospedale’ diretto a Trieste che trasportasse in Italia, oltre a falsi soldati feriti, soprattutto il tesoro jugoslavo. E così avvenne con cinque vagoni che, arrivati a Trieste, vennero parcheggiati in un binario morto, dopo la stazione. E’ lì, alla stazione di Trieste il tesoro venne consegnato ad altri agenti del SIM.

E qui comincia un altro film.

Il bottino, ossia il tesoro, venne diviso in più parti. Otto tonnellate d’oro furono consegnate alla Banca d’Italia, e altre parti furono nascoste dagli stessi funzionari della Banca d’Italia in più località segrete, dove restarono fino alla liberazione di Roma sotto il controllo del governatore Azzolini, di Roatta e di Pentimalli.

A guerra finita entrarono in azione anche altri personaggi ‘noti’ con ruoli o funzioni non sempre bene accertate, come in un qualsiasi film tra il giallo e lo spionaggio.

Storici affermano di molteplici incontro tra Licio Gelli – che da ex-uomo di Mussolini e già fascistone di Salò forse voleva ‘recuperare’ ruoli e potere – e grandi allora politici. Tra questi probabilmente anche Palmiro Togliatti. Si parla addirittura di visite di Gelli nell’allora sede romana del Pci, dove Gelli sarebbe giunto scortato da tre ex partigiani comunisti, incaricati dal CLN, al comando di Bruno Tesi. Non è facile sapere il senso di quegli incontri. Forse anche provarli.

Lo storico Gianluca Bertozzi, (come anche da suo post Facebook del 21 gennaio 2022) risalendo ad affermate fonti storiche quali George M. Taber (on ‘Chasing Gold: The Incredible Story of How the Nazis Stole Europe's Bullion’) o Dusan Babac e Aleksandar Ognjevic (in “Secrets of the Royal Treasures”) e non ultimo Lara Pavanetto (“La caverna dei sette ladri, ovvero come l’esercito italiano trafugò l’oro jugoslavo grazie a Licio Gelli. Cattaro 1941”) si pose varie domande senza ovviamente trovare una precisa risposta: “Perché ci sarebbe stato questo incontro? Gelli voleva un appoggio per far sbiadire i suoi trascorsi fascisti? Forse voleva parlare del malloppo jugoslavo, barattando l’informazione con protezioni politiche?”.

Non ci sono risposte certe. E mai le avremo. Si sa però che in quel periodo, Gelli ebbe vari contatti con altri esponenti responsabili del Pci. Si dice altresì che appena finita la guerra (ancora nel 1945) via mare e in gran segreto, 27 tonnellate d’oro del tesoro jugoslavo furono restituite al nuovo padrone di Belgrado, Tito.

Più confermata invece la restituzione ufficiale nel 1947 (dopo il trattato di Parigi del 10 febbraio) delle otto tonnellate, prima conservate nelle casseforti della Banca d’Italia.

Nel frattempo i principali protagonisti della vicenda dell’oro jugoslavo - Roatta, Pentimalli, Azzolini e Gelli - cambiarono casacca e da ‘veri fascisti’ passarono nella squadra della nuova Italia, nata dopo il 25 aprile 1945. Nessuno venne di fatto processato, nessuno venne di fatto condannato. Anzi qualcuno prima di qualche spiacevole sentenza venne lasciato fuggire all’estero. Se ci fossero state poi delle condanne effettive le mille amnistie successive avrebbero pulito il tutto, molto meglio della più efficace candeggina.

Nel caso specifico di Licio Gelli, un altro affermato storico, Gianfranco Piazzesi, in “La caverna dei sette ladri” (Baldini & Castoldi, 1996), affermò più volte che dopo l’incontro con Togliatti, Gelli poté tranquillamente rientrare nell’isola della Maddalena sotto addirittura la ‘tutela’ degli americani, e lì presto lo raggiunse la moglie e il resto della famiglia. Tutti al sicuro e ben protetti da qualche possibile vendetta partigiane o da qualche più semplice sistemazione ‘privata’ di conti prima lasciati in sospeso e nati quando Gelli indossava la camicia nera.

Come non condividere: Gelli finì sì nelle carceri di Cagliari, di Napoli, a Regina Coeli, (dove peraltro condivise la cella con Junio Valerio Borghese, il principe nero, ex comandante della X Mas) a Pistoia e poi a Firenze con l’accusa di collaborazionismo, ma fu di poco conto e per poco tempo.

Già nel giugno 1946 proprio Togliatti, quale ministro della giustizia, promulgò la ‘grande amnistia’, che puliva tutto e dalla quale erano esclusi ‘solo i colpevoli di sevizie particolarmente efferate’.

Gelli aveva collaborato con i nazisti, ma non risultava personalmente coinvolto in azioni contro i partigiani. Potè quindi beneficiare della legge.

E il tesoro jugoslavo?

Oltre venti tonnellate d’oro mancarono all’appello e restarono in mani misteriose. Forse servirono proprio a finanziare le azioni di Gelli e della sua massoneria, stragi e attentati compresi. Forse, forse. Solo ipotesi, nulla è provato. Se in Italia non si studiano mai le matrici ‘finanziarie’ che stanno a monte delle mille stragi ed attentati che il nostro paese ha vissuto, diverso talvolta avviene negli altri paesi. E studiando George M. Taber, Dusan Babac e Aleksandar Ognjevic sorgono domande spontanee e pure ‘conteggi’ ben diversi.

Una cosa è però certa. Nel 1941 le riserve d'oro del regno di Jugoslavia ammontavano a 72,61 tonnellate, una cifra coerente all’incirca ai dati prima menzionati, ma la ‘storia’ risulta più complessa e complicata.

Fin dal 1938 il governo jugoslavo - come tutti i governi allora connessi alla realtà timorosi di una guerra e di un’invasione nazifascista - cercò di evitare che le riserve auree cadessero in mani nemiche.

Nel 1939 tramite il cacciatorpediniere Beograd vennero trasferiti a Londra 19,4 tonn. di oro e depositati presso la London Bank. Nel 1940 altri due trasferimenti (il primo tramite la Banca dei regolamenti internazionali BRI in Svizzera e il secondo tramite la Grecia) per 41,666 tonn. di oro, che vennero depositati a New York presso la Federal Reserve.

In Jugoslavia rimasero così 11,539 tonn. di oro, di cui 1,1786 a Saraievo (che verranno ‘presi’ dagli ustasha di Ante Pavelic dopo la resa del 17 aprile ‘41) e 9,82114 in 204 casse (ciascuna con circa 48 kgr) in un deposito sotterraneo a Uzice.

Nel Marzo 1941 con l'invasione le 204 casse vennero spostate a Nicsic in Montenegro per essere aerotrasportate col Re e il governo in Egitto. Solo 14 casse con 674 kgr di oro poterono essere caricate sui bombardieri Dornier DO17 gia stracarichi e quindi 190 casse rimasero a Nicsic e si cercò di nasconderle in varie località.

Di queste ben 176 casse con 8.33 tonn. di oro vennero di certo recuperate dagli italiani e trasferite a Roma e depositate alla Banca d'italia, 7 vennero recuperate dai tedeschi, 1 è recuperata dai Cetnici e e 5 dai Titini, 1 risulterebbe scomparsa (forse, non è neppure certo perchè i tedeschi o i Titini potrebbero averla recuperata in un secondo momento).

Come si vede, malgrado la nebbia generale, più di qualcuno ha cercato di ‘approfittare’ della situazione e risultano - oggi - sempre più comprensibili i grandi ‘contenziosi’ sorti nel dopoguerra, tra tutti contro tutti, per ‘sistemare’ le partite aperte.

Gli stessi Alleati usarono parte di quel tesoro jugoslavo per recuperare le enormi spese di guerra sostenute per finanziare Tito e per indennizzare i loro cittadini delle perdite subite con la nazionalizzazione, nel dopoguerra, delle loro proprietà in Jugoslavia sotto Tito. Noi probabilmente lo usammo per ‘pagare’ in parte il conto presentatoci a Parigi per gli indennizzi verso Tito, per il male provocato in Jugoslavia durante la guerra d’aggressione.

Ante Pavelic e i suoi uomini di Zagabria lo spostarono in Sud America tramite la Rat-Line per pagarsi le vacanze post-guerra. E oltre ai grandi operatori ‘istituzionali’ di certo, anche nelle mani dei ‘piccoli uomini’ - che permisero quei giochi - restarono incollate chissà quanta ‘polvere di oro’.

Resta un fatto innegabile che - come diceva Hannah Arendt - ‘la guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri’ ossia ‘ridistribuisce le ricchezze di altri’.

Resta un fatto innegabile: la strage di Bologna del 2 agosto 1980 ha avuto vari battesimi e molti padri. Ed è solo vergognoso pensarlo. Non c’è stata solo la ‘caverna dei sette ladri’, ove nascondere soldi e dignità, non ci sono stati solo ‘sette ladri’ a rubarci 85 vite ed affetti infiniti.

Di certo tra questi comunque – si dice – un ex-uomo del Duce e chissà di quanti altri 'uomini' dopo. Se questi erano davvero 'uomini'.

Resta un fatto innegabile: «Con la P2 avevamo l'Italia in mano. Con noi c'era l'Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate da appartenenti alla Loggia.»

Sono parole pesanti dette da un uomo di potere, più o meno nascosto, più o meno protetto per almeno 75 anni. Più o meno un uomo. La mente della strage di Bologna.

Di nome faceva Licio Gelli.

2 agosto 2026 – 46 anni dopo Bologna - liberamente tratto dal mio ’Il dolore degli altri’ – ed. Ventus/AliRibelli 2022

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


per approfondire...

Dossier diritti

_____
NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI
CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org

°
avviso legale