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31 luglio 2026
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16 suicidi nell'IDF dall'inizio del 2026
di Edoardo Morello

𝐋𝐀 𝐆𝐔𝐄𝐑𝐑𝐀 𝐃𝐎𝐏𝐎 𝐋𝐀 𝐆𝐔𝐄𝐑𝐑𝐀: 𝐒𝐄𝐃𝐈𝐂𝐈 𝐒𝐔𝐈𝐂𝐈𝐃𝐈 𝐍𝐄𝐋𝐋'𝐄𝐒𝐄𝐑𝐂𝐈𝐓𝐎 𝐈𝐒𝐑𝐀𝐄𝐋𝐈𝐀𝐍𝐎 𝐃𝐀𝐋𝐋'𝐈𝐍𝐈𝐙𝐈𝐎 𝐃𝐄𝐋 𝟐𝟎𝟐𝟔
Due soldatesse israeliane si sono tolte la vita nell'arco di due giorni, tra domenica 26 e martedì 28 luglio, in due basi militari agli estremi opposti del Paese. La Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare ha aperto un'indagine su entrambi i casi, che portano a sedici il numero dei suicidi tra i militari in servizio attivo dall'inizio dell'anno. Dietro la cronaca, i numeri raccontano una crisi che l'esercito israeliano non riesce più a contenere.

𝐈 𝐃𝐔𝐄 𝐂𝐀𝐒𝐈

La prima a morire, domenica sera, è stata una soldatessa in servizio presso la Direzione dell'Intelligence, alla base di 𝙂𝙡𝙞𝙡𝙤𝙩, vicino a Ramat Hasharon, nel centro di Israele. Occupava una posizione classificata; l'esercito non ha diffuso il suo nome né altri dettagli, limitandosi a comunicare che la famiglia è stata informata.

La seconda è morta martedì mattina in una base nel sud del Paese: apparteneva al battaglione 𝘽𝙖𝙧𝙙𝙚𝙡𝙖𝙨, unità mista di fanteria dispiegata lungo il confine con l'Egitto. Secondo 𝙃𝙖𝙖𝙧𝙚𝙩𝙯, che ha dato per primo la notizia, è stata trovata ferita all'interno della base e trasportata in ospedale, dove è stata dichiarata morta.

In entrambi i casi l'esercito ha annunciato che i risultati dell'indagine saranno trasmessi alla Procura Militare Generale. Un inciso doveroso sul battaglione 𝘽𝙖𝙧𝙙𝙚𝙡𝙖𝙨: è la stessa unità in cui serviva Lia Ben Nun, la diciannovenne uccisa nel giugno 2023 al valico di Nitzana da un agente di sicurezza egiziano. Non c'è alcun collegamento accertato tra i due episodi, ma il nome dell'unità torna per la seconda volta in tre anni nella cronaca dei lutti militari israeliani, sempre su quel confine remoto e poco raccontato.

𝐈 𝐍𝐔𝐌𝐄𝐑𝐈 𝐏𝐑𝐈𝐌𝐀 𝐄 𝐃𝐎𝐏𝐎 𝐈𝐋 𝟕 𝐎𝐓𝐓𝐎𝐁𝐑𝐄

Per capire la portata del fenomeno serve la serie storica. Prima della guerra i suicidi tra i militari israeliani si attestavano su una media di dodici o tredici casi l'anno: quattordici nel 2022, undici nel 2021. Il Ministero della Difesa aveva istituito già nel 2006 un programma di prevenzione, il 𝙎𝙪𝙞𝙘𝙞𝙙𝙚 𝙋𝙧𝙚𝙫𝙚𝙣𝙩𝙞𝙤𝙣 𝙋𝙧𝙤𝙜𝙧𝙖𝙢, che aveva progressivamente ridotto i casi rispetto ai decenni precedenti.

Poi arriva il 7 ottobre 2023, e con l'attacco di Hamas la guerra a Gaza, quella in Libano, infine il conflitto diretto con l'Iran aperto il 28 febbraio 2026. La curva si impenna. Nei soli ultimi tre mesi del 2023 l'esercito registra sette suicidi tra i militari in servizio attivo. Nel 2025 i casi salgono a ventidue, il dato annuale più alto degli ultimi quindici anni. Un'inchiesta di 𝙃𝙖𝙖𝙧𝙚𝙩𝙯 calcola almeno sessanta suicidi tra militari attivi e riservisti dall'ottobre 2023 all'aprile di quest'anno; la cifra non comprende i riservisti che si sono tolti la vita quando non erano in servizio, una categoria che il conteggio ufficiale continua a lasciare fuori.

C'è un dato che più di ogni altro segnala il cambio di natura del fenomeno: nel 2024 i soldati combattenti hanno rappresentato il 78 per cento dei suicidi militari, contro una quota che tra il 2017 e il 2022 oscillava tra il 42 e il 45 per cento. Non è più il malessere generico della vita di caserma: è il trauma del campo di battaglia che torna a casa con chi lo ha attraversato.

𝐋'𝐈𝐂𝐄𝐁𝐄𝐑𝐆 𝐒𝐎𝐓𝐓𝐎 𝐋𝐀 𝐒𝐔𝐏𝐄𝐑𝐅𝐈𝐂𝐈𝐄

I suicidi sono la punta emersa. Il Centro di Ricerca e Informazione della 𝙆𝙣𝙚𝙨𝙨𝙚𝙩 ha documentato, in un rapporto dell'ottobre 2025, 279 tentativi di suicidio tra i soldati in servizio attivo nel solo periodo tra gennaio 2024 e luglio 2025. Il Dipartimento di Riabilitazione del Ministero della Difesa dichiarava a marzo di aver preso in carico circa sedicimila soldati dall'inizio della guerra.

Tuly Flint, assistente sociale clinico specializzato in disturbo post traumatico da combattimento, ha sintetizzato cosi̒ il quadro: 𝘪𝘭 𝘵𝘢𝘴𝘴𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘶𝘪𝘤𝘪𝘥𝘪 𝘦̀ 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘭𝘢 𝘱𝘶𝘯𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭'𝘪𝘤𝘦𝘣𝘦𝘳𝘨, sotto ci sono violenza domestica, coppie che si spezzano, persone che crollano.

La risposta istituzionale esiste, ma arranca dietro l'emergenza. L'esercito ha annunciato l'aumento degli ufficiali di salute mentale, duecento in più per i militari attivi e seicento per i riservisti, che si aggiungono al migliaio già in servizio dall'inizio della guerra, insieme a una formazione specifica per i comandanti sul riconoscimento dei segnali di disagio.

Dopo il suicidio di Roi Wasserstein, infermiere militare di ventiquattro anni morto nell'estate 2025 al termine di oltre trecento giorni di richiamo nella riserva, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha dato mandato di esplorare una legge che riconosca come caduti i riservisti morti fuori dal servizio attivo, quando sia accertato il legame con il servizio prestato.

Eppure le falle restano vistose. Un'inchiesta di 𝙃𝙖𝙖𝙧𝙚𝙩𝙯 dell'aprile 2026 ha documentato casi di riservisti con diagnosi di disturbo post traumatico, già in carico al Dipartimento di Riabilitazione, richiamati alle armi e in alcuni casi minacciati di arresto se non si fossero presentati, perché il riconoscimento formale della disabilità psichica richiede anni e nel frattempo, agli occhi del sistema, quei soldati risultano abili.

Un precedente rapporto dello stesso quotidiano aveva descritto come kafkiana la mancanza di coordinamento tra Ministero della Difesa ed esercito: nessuno sa con esattezza quanti soldati psicologicamente feriti siano stati mobilitati. Intanto, da settimane, un gruppo di veterani traumatizzati è accampato davanti alla 𝙆𝙣𝙚𝙨𝙨𝙚𝙩 per chiedere il riconoscimento del proprio trauma e la fine della burocrazia che blocca l'accesso alle cure.

𝐋𝐄 𝐕𝐎𝐂𝐈

Le famiglie sono diventate la fonte primaria di questo racconto, in un contesto in cui l'esercito pubblica i dati ufficiali sui suicidi una sola volta l'anno. La madre di Eliran Mizrahi, riservista con diagnosi di disturbo post traumatico che si tolse la vita nel giugno 2024 due giorni prima di ripresentarsi a Gaza, raccontò di aver riavuto dalla guerra 𝘶𝘯 𝘶𝘰𝘮𝘰 𝘴𝘱𝘦𝘻𝘻𝘢𝘵𝘰.

La madre di Roi Wasserstein ha ricondotto la morte del figlio agli orrori visti recuperando corpi sotto il fuoco dopo il 7 ottobre. Sono testimonianze di parte, come è giusto che siano: ma convergono, caso dopo caso, nel disegnare lo stesso meccanismo. Il trauma non riconosciuto in tempo, il richiamo che riapre la ferita, il sistema che arriva dopo.

𝐆𝐋𝐈 𝐈𝐍𝐓𝐄𝐑𝐑𝐎𝐆𝐀𝐓𝐈𝐕𝐈 𝐀𝐏𝐄𝐑𝐓𝐈

Restano aperte almeno tre questioni. La prima è statistica: il conteggio ufficiale esclude i riservisti non in servizio al momento della morte e i congedati, il che significa che il numero reale dei suicidi legati alla guerra è strutturalmente sottostimato; un comitato dell'agosto 2025 contava già quindici civili morti suicidi per cause legate al servizio militare.

La seconda è politica: il conflitto con l'Iran, aperto da cinque mesi, sta prolungando mobilitazioni già estenuanti, e l'opposizione israeliana ha cominciato a collegare esplicitamente il prezzo pagato dai soldati alle scelte del governo Netanyahu.

La terza è generazionale, ed è quella che gli esperti israeliani indicano come la più insidiosa: quale esercito, e quale società, produrranno i prossimi coscritti cresciuti dentro questa guerra.

Su nessuna delle tre l'indagine della Polizia Militare aperta questa settimana potrà dire qualcosa. Ma i due nomi che non conosciamo, la soldatessa di 𝙂𝙡𝙞𝙡𝙤𝙩 e quella del 𝘽𝙖𝙧𝙙𝙚𝙡𝙖𝙨, si aggiungono a una contabilità che Israele non può più archiviare come somma di casi individuali.

𝐓𝐈𝐌𝐄𝐋𝐈𝐍𝐄

7 ottobre 2023: attacco di Hamas, inizio della guerra a Gaza.
Ottobre-dicembre 2023: sette suicidi tra i militari in servizio attivo.
Giugno 2024: caso Eliran Mizrahi, riservista con diagnosi di trauma si toglie la vita dopo il richiamo.
2024: i combattenti arrivano al 78 per cento dei suicidi militari.
Luglio-agosto 2025: suicidi di Dan Phillipson e Roi Wasserstein, si apre il dibattito sui riservisti.
Ottobre 2025: rapporto Knesset, 279 tentativi di suicidio tra soldati attivi in diciotto mesi.
Fine 2025: ventidue suicidi in servizio attivo, record degli ultimi quindici anni.
28 febbraio 2026: inizio del conflitto diretto Iran-Israele-USA.
Aprile 2026: inchiesta Haaretz sui riservisti traumatizzati richiamati e minacciati di arresto.
26 luglio 2026: suicidio della soldatessa dell'intelligence alla base di Glilot.
28 luglio 2026: suicidio della soldatessa del battaglione Bardelas nel sud di Israele. Il totale 2026 sale a sedici.



𝘍𝘰𝘯𝘵𝘪: 𝘏𝘢𝘢𝘳𝘦𝘵𝘻, 𝘛𝘪𝘮𝘦𝘴 𝘰𝘧 𝘐𝘴𝘳𝘢𝘦𝘭, 𝘑𝘦𝘳𝘶𝘴𝘢𝘭𝘦𝘮 𝘗𝘰𝘴𝘵, 𝘔𝘪𝘥𝘥𝘭𝘦 𝘌𝘢𝘴𝘵 𝘔𝘰𝘯𝘪𝘵𝘰𝘳, 𝘐𝘴𝘳𝘢𝘦𝘭 𝘕𝘢𝘵𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭 𝘕𝘦𝘸𝘴, 𝘊𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘥𝘪 𝘙𝘪𝘤𝘦𝘳𝘤𝘢 𝘦 𝘐𝘯𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘒𝘯𝘦𝘴𝘴𝘦𝘵, 𝘥𝘪𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘶𝘧𝘧𝘪𝘤𝘪𝘢𝘭𝘪 𝘐𝘋𝘍 𝘦 𝘔𝘪𝘯𝘪𝘴𝘵𝘦𝘳𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘋𝘪𝘧𝘦𝘴𝘢 𝘪𝘴𝘳𝘢𝘦𝘭𝘪𝘢𝘯𝘰. 𝘐 𝘥𝘢𝘵𝘪 2026 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘢𝘵𝘵𝘳𝘪𝘣𝘶𝘪𝘵𝘪 𝘢 𝘏𝘢𝘢𝘳𝘦𝘵𝘻 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘦𝘳𝘮𝘢𝘵𝘪 𝘥𝘢 𝘧𝘰𝘯𝘵𝘪 𝘶𝘧𝘧𝘪𝘤𝘪𝘢𝘭𝘪.

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