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Fiamme a Vibo e fumo nei palazzi
di Raffaele Florio *
C'è un termometro infallibile per misurare il livello di tensione e d'interesse attorno all'attività di un ente locale nelle nostre latitudini: la frequenza con cui la politica cede il passo alla benzina.
A Vibo la mattinata di ieri ha restituito l'ennesimo scontrino di questo barometro criminale.
A finire nel mirino, questa volta, è stata l’auto della consigliera comunale Laura Pugliese, trasformata in un cumulo di lamiera e cenere. Un messaggio promozionale firmato con la tecnica classica dell'intimidazione a chilometro zero, di quelle che non lasciano ricevuta ma recapitano l'avviso con estrema precisione.
Come da protocollo della Repubblica delle Banane, si è subito messa in moto la macchina dei comunicati stampa a gettone. Il frasario è sempre il medesimo, pronto per l'uso: "vile atto", "inquietante avvertimento", "piena e incondizionata solidarietà", "fiducia nelle forze dell'ordine". Un profluvio di dichiarazioni bipartisan che va da destra a sinistra, dal sindaco al deputato di passaggio, tutti fermissimi nella condanna a parole, salvo poi tornare alle proprie occupazioni cinque minuti dopo.
La solidarietà istituzionale in Italia è come la maionese: costa poco, sta bene su tutto e copre il sapore dei fatti.
Ma le auto non vanno a fuoco per autocombustione spontanea da eccesso di zelo politico. E soprattutto non a Vibo Valentia, dove anche le pietre sanno che ogni scintilla ha una sua precisa causale amministrativa o criminale.
Se si vuole fare un’inchiesta seria — e non un volantinaggio di circostanza — la prima domanda da farsi è la più antica del mondo: cui prodest? A chi giova?
La prima pista porta dritta all'attività amministrativa e agli atti più scomodi. Laura Pugliese non è una figura di passaggio: in consiglio comunale e nelle commissioni le carte si leggono e si votano. Bisognerà scoperchiare i faldoni degli ultimi mesi tra appalti pubblici, gestione dei rifiuti, varianti urbanistiche, concessioni, delibere di giunta o interrogazioni spinose. Spesso basta un diniego a una proroga di contratto o un accesso agli atti di troppo per far salire la temperatura attorno a un amministratore.
Accanto all'attività pubblica, c'è però un'altra ombra inquietante da non sottovalutare: la pista familiare ed economica. Non si può infatti dimenticare un precedente tutt'altro che trascurabile: appena un anno fa, il marito della consigliera era stato malmenato con brutale violenza proprio all'interno della sua attività commerciale. Un'aggressione squadristica a freddo che già allora aveva tutti i tratti dell'avvertimento o della ritorsione racket-estorsiva.
Resta da capire se la carcassa fumante di oggi sia il secondo tempo di quella stessa spedizione punitiva o se le due vicende si saldino nell'ennesima morsa di pressione e usura sul territorio.
C'è poi la pista del controllo del territorio e dei messaggi alla giunta. In contesti ad alta densità criminale, accendere un rogo sotto la macchina di una consigliera è un segnale che travalica la singola persona. È un avvertimento a tutto il consiglio comunale per ribadire chi comanda e chi decide cosa si fa e cosa non si fa, nel tentativo di riaffermare una sovranità criminale proprio mentre la Procura e la DDA cercano di fare pulizia.
Senza dimenticare le spaccature politiche e i veleni interni, laddove gli equilibri politico-affaristici sono spesso più fragili e feroci di quanto appaia nelle foto di gruppo elettorali.
Se dobbiamo fare una previsione basata sui precedenti storici del nostro Paese, il film è già scritto. Oggi assistiamo alle fiaccolate della legalità, ai selfie di solidarietà e ai tavoli tecnici in Prefettura con volti gravidi di preoccupazione. Tra un mese calerà il silenzio, i riflettori si spegneranno, le edizioni locali passeranno ad altro e la consigliera si ritroverà sola a gestire la paura e la quotidianità.
Tra un anno, immancabile, arriverà la richiesta di archiviazione per essere rimasti ignoti gli autori del reato.
L'unico modo per spezzare questo copione stantio è che la Magistratura non si limiti a cercare gli esecutori materiali — i soliti due manovali mandati con la tanica di benzina — ma risalga ai mandanti politici, imprenditoriali o criminali. Bisogna seguire la puzza di bruciato fin dentro gli uffici dove si decidono le delibere e si smistano i soldi pubblici.
Se Laura Pugliese e la sua famiglia hanno toccato un nervo scoperto, la miglior risposta non è un comunicato di solidarietà, ma approvare e portare a termine esattamente quell'atto, quella delibera o quell'inchiesta che qualcuno ha cercato di fermare prima con le botte e ora con il fuoco. Altrimenti, la prossima volta, non servirà nemmeno la benzina: basterà il silenzio.
 
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