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31 luglio 2026
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Trump annuncia bozza di accordo per Gaza: cosa sappiamo per ora
di Alessandro Ferretti

Nella notte tra il 30 e il 31 luglio 2026, il presidente americano Donald Trump ha annunciato tramite Truth Social una “intesa storica”: un accordo negoziato dal “Board of Peace” per il disarmo completo di Hamas e il ritiro delle forze militari israeliane che attualmente occupano la Striscia di Gaza.

Dopo mesi di stallo nella fase due del cessate il fuoco, l’annuncio rappresenta il tentativo più audace finora per fermare il perdurante genocidio e porre fine all’occupazione militare re-instauratasi dopo il 7 ottobre 2023.

– I meccanismi operativi della bozza

L’accordo si fonda su un principio di reciprocità condizionata e scaglionata: il disarmo in cambio del ritiro dell’occupazione.

1. Il processo di disarmo a fasi

Il piano prevede un’operazione strutturata in tempi precisi:

* Fase iniziale (nei primi 14 giorni): È prevista la preparazione di un inventario completo delle armi. Le armi leggere e le dotazioni della polizia di Gaza dovranno essere trasferite a un “Comitato Nazionale Palestinese”, un ente formato da rappresentanti delle varie fazioni palestinesi.

* Fase avanzata (da 200 a 350 giorni): Riguarda la consegna delle armi pesanti (razzi, missili anticarro), la chiusura dei siti di produzione militare, lo smantellamento dei depositi e l’intera rete di tunnel sotterranei.

* Condizione fondamentale: Nessuna arma verrà consegnata a Israele o a entità non palestinesi. Il Comitato Nazionale Palestinese sarà l’unico depositario temporaneo delle armi prima della loro distruzione o messa fuori uso.

2. Il ritiro dell’occupazione militare israeliana

L’accordo prevede il ritiro delle truppe israeliane (IDF) dall’interno della Striscia di Gaza che attualmente occupano oltre i due terzi del territorio. Il ritiro avverrà in modo graduale e condizionato:

* Le forze israeliane si ritireranno a “linee concordate” all’interno di Gaza, settore per settore, solo a fronte di una verifica positiva del disarmamento in quelle specifiche aree.

* Il processo sarà supervisionato dalla Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF), che fungerà da cuscinetto tra le truppe israeliane in ritirata e le forze di sicurezza palestinesi in formazione.

* Alla fine del processo, tutte le forze militari israeliane si ritireranno dalla Striscia di Gaza. 3. La governance di Gaza

L’accordo accelera il tramonto dell’amministrazione civile di Hamas (già sciolta nelle settimane scorse). Il governo quotidiano passerà a un comitato tecnocratico palestinese, operante sotto la stretta supervisione del Board of Peace. Il Board è strutturato su più livelli: un consiglio strategico presieduto a vita da Trump, un comitato esecutivo guidato dall’ex premier britannico Tony Blair (con figure come Jared Kushner) e un organo operativo sul territorio.

4. La Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF)

Sarà comandata da un generale americano a due stelle. A differenza delle tradizionali missioni ONU, la composizione dei contingenti evita le potenze europee (che hanno declinato), puntando su paesi a maggioranza musulmana: l’Indonesia ha annunciato la disponibilità a inviare fino a 8.000 soldati, seguita da Marocco, Kazakhstan, Kosovo e Albania. Egitto e Giordania avranno un ruolo di supporto logistico e di addestramento della futura polizia palestinese, senza schierare truppe sul campo. Gli Stati Uniti prevedono inoltre la costruzione di una base militare permanente a Gaza per 5.000 soldati.

5. Lo stato delle parti

* Hamas: Ha confermato l’accettazione della bozza tramite i suoi negoziatori (come Ghazi Hamad), ma l’ha subordinata al rispetto rigoroso degli obblighi israeliani, primo fra tutti il ritiro militare. * Israele: Non ha ancora rilasciato alcuna conferma ufficiale. Funzionari governativi anonimi hanno fatto filtrare profonde riserve, affermando che Gerusalemme “non accetta il piano nella sua forma attuale” e chiedendo garanzie più severe sulla sicurezza durante e dopo il ritiro.

Analisi critica:

Valutando questa bozza attraverso il prisma dell’obiettivo prioritario di porre fine all’occupazione militare e alla violenza strutturale che essa genera, l’accordo presenta un quadro ambivalente. – Gli aspetti positivi

* Fine dell’occupazione militare diretta: L’implementazione dell’accordo porrebbe fine alla rioccupazione militare israeliana dell’interno della Striscia di Gaza, restituendo il controllo del territorio a un ente palestinese (per quanto tecnocratico e supervisionato). Questo è il positivo più significativo e in linea con il diritto internazionale.

* Cessazione delle ostilità attive: Il ritiro delle truppe israeliane imporrebbe la fine delle operazioni militari offensive, dei bombardamenti e degli assedi, fermando la strage e la distruzione delle infrastrutture vitali.

* Accesso umanitario e ricostruzione: Il Board of Peace ha fatto della ricostruzione la sua ragion d’essere. La fine dell’occupazione militare e l’ingresso della comunità internazionale sbloccherebbero l’ingresso di aiuti, materiali per la rimozione delle macerie (stimati in 70 milioni di tonnellate) e la ricostruzione delle case, ponendo fine all’uso della distruzione come arma di guerra.

* Demilitarizzazione dell’area: Il disarmo delle fazioni armate, se applicato in modo simmetrico anche ai clan foraggiati e armati dagli israeliani, ridurrebbe la violenza endemica interna e i pretesti per le incursioni israeliane, creando le condizioni per una vera cessazione delle ostilità.

– Gli aspetti negativi

* Asimmetria del disarmo: L’accordo richiede la consegna di tutte le armi da parte dei palestinesi, lasciando intatta la supremazia militare israeliana. Questo solleva il grave rischio di lasciare la popolazione civile di Gaza completamente inerme e a merce della futura deterrenza israeliana o di potenze straniere.

* Sostituzione dell’occupazione con un protettorato: Se da un lato finisce l’occupazione militare diretta, dall’altro si istituzionalizza una forma di controllo esterno. Il Board of Peace, guidato da architetti della politica estera americana e supervisionato da una forza straniera con basi permanenti, configura di fatto un protettorato internazionale. Non si tratta di liberazione nazionale, ma di un cambio di guardia.

* Espropriazione della sovranità: La popolazione di Gaza non ha partecipato alla stesura di questo accordo. Il passaggio a un governo “tecnocratico” imposto dall’esterno, privo di un mandato elettorale, rischia di essere percepito – a giusta ragione – come un’amministrazione fantoccio, incapace di opporsi alle direttive del Board of Peace o di Israele in materia di sicurezza.

* Base militare americana permanente: La prevista costruzione di una base per 5.000 soldati USA a Gaza rafforza l’idea di un controllo straniero a lungo termine, incompatibile con la vera sovranità palestinese e potenzialmente destabilizzante.

– Gli elementi di incertezza

* L’effettiva firma israeliana: Il governo Netanyahu è ossessionato dal “controllo di sicurezza” e pressato dalla sua ala di estrema destra (che minaccia di far cadere il governo se Israele perde il controllo diretto su Gaza). C’è il rischio concreto che Israele usi l’accordo solo per ottenere il disarmo, trovando poi scuse per non ritirarsi completamente o per mantenere il controllo dello spazio aereo e del mare.

* La fattibilità tecnica del disarmo: Come si garantisce che Hamas consegni tutte le armi in un territorio raso al suolo e pieno di tunnel? E come si prevengono gli scontri fratricidi se alcune fazioni o clan rifiutano di consegnare i loro armamenti?

* Le regole di ingaggio (ROE) della forza internazionale: Cosa succede se, durante il ritiro israeliano, un gruppo palestinese riprende le armi o se Israele conduce un raid “preventivo” oltre le linee concordate? Se la forza internazionale non ha un mandato chiaro e robusto per rispondere alle violazioni israeliane, diventerà un osservatore impotente o un facile bersaglio.

* Il futuro status di Gaza: L’accordo non affronta la questione politica fondamentale: lo status finale di Gaza. Rimane il rischio che si trasformi in un’entità statuale de facto ma non de jure, un “stato-cliente” sotto influence straniere (USA, Egitto, Qatar) piuttosto che un passo verso una soluzione globale come i due Stati.

– In sintesi:

La bozza di accordo offre un meccanismo pragmatico per fermare l’occupazione militare diretta e la violenza sistemica che ne deriva, rappresentando una possibile ancora di salvezza immediata per i sopravvissuti di Gaza. Tuttavia, lo fa al costo di un pesante compromesso sulla sovranità palestinese, sostituendo l’occupazione militare israeliana con un’amministrazione tecnocratica sorvegliata dall’estero.

Il suo successo, inoltre, dipenderà interamente dalla volontà degli Stati Uniti di costringere Israele a ritirare le sue truppe: una condizione che la storia recente rende estremamente incerta

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