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La capitana Elena
di Roberto Neri
In ansia per la sorte di sua madre, che aveva salutato la mattina uscendo per andare in ufficio, Carla Capponi, 25 anni, si mescola alla folla nell’atrio del Policlinico; una torma in attesa di notizie, l’odore di morte, barelle, feriti adagiati sul pavimento, la polvere ovunque, il caldo.
La sera del 19 luglio 1943 per gli ospedali di Roma è la peggiore da molti secoli in qua. Centinaia di bombe piovute fin dall’alba avevano lasciato cumuli di macerie e -alla fine dei conteggi- tremila morti e oltre diecimila feriti. Tra questi la mamma di Carla non c’è, grazie al Cielo.
L’inferno di quel giorno spinge la giovane impiegata romana a restare al Policlinico come infermiera volontaria finché servirà. D’altronde le normali attività, e quindi anche il suo lavoro, per bel po’ risentiranno del disastro causato dalle bombe, e pure l’ufficio nel quale è occupata funzionerà a regime ridotto.
Col suo lavoro la giovane impiegata romana rappresenta il principale sostegno della madre e dei fratelli da quando il padre, valente ingegnere, era mancato tre anni prima. Fino ad allora la famiglia di Carla aveva goduto di un discreto benessere; lei studiava legge ma con la morte del papà aveva dovuto trovarsi un lavoro, ed interrompere il percorso universitario.
Da figlia di antifascisti, e col carattere deciso che si ritrova, la ragazza subito dopo le bombe del 19 luglio, che daranno il colpo di grazia al regime di Mussolini, entra in contatto con un gruppo di oppositori che adesso possono uscire dalla clandestinità, ma con cautela. Si tratta di comunisti romani, tra i quali Rosario Bentivegna, 21 anni, studente di medicina.
L’amore ai tempi del crollo della dittatura fascista, e dell’incerto destino che attende l’Italia, sboccia comunque; Carla e Rosario si fidanzano nelle settimane successive. Lei il 9 settembre 1943 si presenta a porta San Paolo dove stanno entrando reparti corazzati tedeschi per occupare Roma dopo l’Armistizio del giorno precedente.
La zona è difesa da militari italiani ormai privi di un comando, e da civili. La giovane Capponi chiede di combattere ma, come altre donne, viene relegata a ruoli ausiliari. Lo stesso le accadrà durante i primi mesi della Resistenza romana, alla quale aderisce, entrando presto in clandestinità con uno dei quattro GAP (Gruppi di Azione Patriottica) cittadini.
Ma non si accontenta. In autunno su di un autobus affollato sottrae la pistola ad un milite fascista. Di fronte a tanta destrezza, i compagni assegnano Carla (“Elena” per i gappisti) alle imprese ad altissimo rischio; sarà presente a una decina di queste tra cui il 23 marzo 1944 all’attentato di via Rasella, al quale risponderanno i nazifascisti con la strage delle Fosse Ardeatine.
Ad inizio giugno Roma viene liberata. Lo stesso anno la giovane viene decorata con Medaglia d’oro al Valor militare “per le azioni compiute nella Resistenza romana”. E’ un riconoscimento per l’incredibile stagione vissuta da “Elena” a cominciare dalle bombe del luglio 1943.
La combattiva gappista, una delle pochissime donne presenti in tali gruppi, sarà poi ricoverata in sanatorio a lungo, in quanto provata dalle privazioni sopportate mentre viveva da clandestina. Curerà anche la sua anima traumatizzata dalle violenze viste, e purtroppo praticate, nei dieci mesi precedenti.
Carla e Rosario, già uniti dall’attività col loro gruppo di ribelli, si sposeranno in settembre e l’anno dopo nascerà la loro unica figlia chiamata Elena, come la madre durante la lotta partigiana. La coppia divorzierà negli anni Sessanta; una volta defunti le loro ceneri, come disposto, saranno sparse insieme nelle acque del Tevere.
La capitana -perché questo è stato il grado raggiunto da Carla nei GAP romani- alcuni anni dopo la Liberazione verrà eletta per due volte alla Camera dei deputati nelle fila del Partito comunista italiano, ottenendo un successo eccezionale per numero di preferenze. Entrerà pure nel comitato di presidenza dell’ANPI per restarvi fino alla morte.
La onorevole Capponi lavorerà molto per l’emancipazione femminile, specie nelle borgate romane al cui risanamento, tra l’altro, si dedicherà. Verrà coinvolta però in una mortificante serie di processi alla Resistenza per l’azione di via Rasella; alcuni saranno intentati dai parenti delle sei vittime civili dell’attentato.
Carla però, pochi mesi prima della sua morte, avvenuta il 24 novembre 2000, conseguirà insieme ai compagni di lotta, tra i quali Rosario, una definitiva vittoria morale. Infatti la nostra Cassazione, dopo decenni di infamie rivolte loro anche da esponenti politici italiani, sentenzierà una volta per tutte che l’azione di via Rasella fu “un legittimo atto di guerra”.
 
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