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17 luglio 2026
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Mario come Gulio: ancora nessuna verità
di Armando Reggio

MARIO PACIOLLA, GIOVANE COOPERANTE ONU, 'È STATO SUICIDATO', ORMAI SEI ANNI FA
NIENTE GIUSTIZIA NESSUN ESECUTORE, NESSUN MANDANTE NIENTE VERITÀ

Era la mattina del 15 luglio 2020: Mario Paciolla, 33enne napoletano, cooperante e operatore di pace delle Nazioni Unite, fu trovato morto in Colombia, dove partecipava alla missione di verifica degli accordi di pace. Una morte avvolta da troppe e inquietanti ombre, sinora intatte, oggi che inizia il settimo anno dalla sua scomparsa.

Mamma Anna e papà Pino - come i genitori di Giulio Regeni - civili e determinati, chiedono la legittima giustizia, l'irrinunciabile verità. Non possiamo - e non ne abbiamo la pretesa - immedesimarci nel loro dolore: perdere un figlio, per di più presumibilmente assassinato, devasta irrimediabilmente la vita, poiché stravolge il naturale avvicendamento delle generazioni.

Mario e Giulio erano simili nell'impegno civile, sono stati uguali nella tragica morte. Due assassinii politici, per i quali i nostri governi hanno il dovere di pretendere conto a Colombia, Egitto e ONU.

Tuttavia hanno solo compiuto qualche timido e goffo passo diplomatico, come è evidente a tutti dalla vicenda di Giulio, che ha riscosso maggiore risonanza mediatica per la solidarietà popolare, che da dieci anni ormai suscita. Aveva appena 33 anni Mario, e stava per tornare in Italia, nella sua Napoli.

Aveva organizzato precipitosamente il viaggio: temeva per sé, c’è da credere. Infatti, l’11 luglio chiama i suoi genitori. È agitato, preoccupato. Vuole tornare a casa. Il 14 luglio compra un biglietto aereo per il giorno seguente. Ma non è mai partito.

È stato trovato impiccato in casa, quella stessa mattina. Troppe incongruenze: è stato inscenato il suicidio, l'impiccagione simulata.

È così piombato il silenzio omertoso su quelle ore drammatiche di Mario, nella casa in cui viveva a San Vicente del Caguán, nel dipartimento di Caquetá, a 500 km da Bogotà.

Mario è stato assassinato. I genitori ne sono certi. Noi con loro ne siamo certi.

La giustizia colombiana depista, l'ONU non collabora.

Quattro anni fa, il 28 marzo, per il 35° noncompleanno di Mario, Erasmo Palazzotto, allora deputato di SI, ha scritto: “Oggi dobbiamo dirlo ancora più forte: l’ONU, con cui Mario collaborava e per la cui missione si è trovato in pericolo, deve una volta per tutte prendere le distanze dai vergognosi tentativi di depistaggio e collaborare alle indagini, mettendo a disposizione tutte le informazioni che i colleghi di Mario e lo staff locale delle Nazioni Unite potrebbero avere.”

Concordo parola per parola!

Ma chi era Mario Paciolla? Sono le sue stesse parole a presentarcelo: "Non diventerò un astronauta, ma amerò lo stesso la luna. Non sarò lupo di mare, ma vi troverò sempre un rifugio. Non comporrò una canzone, ma mi emozionerò ascoltando la magia della musica. Non ritrarrò né l’alba né il tramonto di un placido paesaggio campestre, ma ne coglierò l’essenza. non conoscerò il nome delle stelle, ma riuscirò a raccoglierlo quando inciamperanno nel buio. Non avrò le ali di un gabbiano, forse, ma volerò lo stesso".

Ecco le sue passioni, la sua sensibilità. Scriveva Mario, poesia e articoli. Viaggiava, per conoscere le cose del mondo.

La scelta di laurearsi in Scienze Politiche all'Istituto Orientale della sua Napoli non era stata casuale.

Non sono solo parole di un giovane idealista. Sono atti: nel 2016, a 29 anni, Mario parte per la Colombia da cooperante con 'Peace Brigades International'.

Due anni dopo si avvera il suo sogno, che lui stesso si è conquistato con la tenacia e l'impegno sul campo: nulla è per mero caso, tutto arriva grazie alla determinazione, al rischio.

Gli operatori dell'ONU lo notano e gli propongono di collaborare, affidandogli un lavoro complesso, non esente da pericoli: dovrà indagare dul processo di pace tra il governo e l’ex gruppo armato FARC, le forze armate rivoluzionarie colombiane.

Mario non esita: è la sua opportunità. Presto Mario si meriterà la stima e l'affetto dei tanti che volentieri conosce: trattiene numerose relazioni professionali, che, per la sua contagiosa empatia, spesso evolvono in amicizie.

Ma non trascura la sua famiglia e gli amici a Napoli con frequenti telefonate.

Eppure, l'11 luglio del 3020 arriva a mamma Anna e papà Pino una inattesa telefonata di Mario, dai toni assolutamente imprevedibili.

Mario gli riferisce di aver avuto una discussione con i suoi superiori. È preoccupato. Confida alla madre: “Me la faranno pagare”.

Lei comprensibilmente si allarme e gli chiede se si senta in pericolo di vita, ma Mario la tranquillizza. Probabilmente, a posteriori, vuole generosamente preservare l'animo della mamma.

Chiede comunque aiuto per comprare i biglietti: vuole tornare a casa. Il giovane telefona anche alla ex compagna e a un amico per chiedergli un incontro, ma l'incontro non ci sarà.

Il 14 luglio compra il biglietto, che mai potrà utilizzare. Come avrebbe potuto? L'indomani mattina viene trovato morto impiccato.

È inspiegabilmente un uomo delle Nazioni Unite, che telefona ai genitori, a pronunciare la parola "suicidio". A cosa tanta sicumera? E perché mai ambasciata e consolato italiano non vengono immediatamente informati?

Al sopralluogo delle forze dell'ordine Mario viene ritrovato con un cappio al collo e vari tagli ai polsi.

Nella sua stanza ci sono un materassino, alcuni coltelli e dei recipienti contenenti del liquifo rosso, presumibilmente sangue.

A dir poco fantasiosa la ricostruzione: Mario avrebbe provato a impiccarsi una prima volta, legando un telo a una grata sul soffitto. Grata che, anche se si fosse posto in punta di piedi sulla sedia, non avrebbe logicamente potuto raggiungere, dato che c'erano almeno nove centimetri di distanza. Così, non essendo riuscito nel primo tentativo, avrebbe provato a tagliarsi le vene, 'misteriosamente' senza lasciare impronte sul coltello.

Allora, con le vene ai polsi sanguinanti, si sarebbe nuovamente impiccato legando al primo un altro telo attraverso nodi improbabili da stringere con le mani doloranti. Peraltro, senza macchiare di sangue i vestiti e la sedia, non rovesciata per giunta dai piedi di Mario lanciatisi per soffocarsi al telo.

Poi accade qualcosa, che basta aver visto un film poliziesco di quart'ordine per sapere che non va fatto.

Nell’abitazione entra il responsabile della sicurezza della missione ONU, che, anziché lasciare la scena inalterata da impronte e non spostare alcun oggetto, incarica delle persone a pulire l’appartamento con la candeggina. Vengono così fatti scomparire materassino e recipienti. E, soprattutto, spariscono le impronte.

Inoltre, dopo l’autopsia in assenza di un legale, un medico della stessa ONU liquida la morte come causata da suicidio.

È convincente questo operato? È verosimile il suicidio? Certo che no, come giustamente denunciano inascoltati i genitori e gli amici di Mario innanzitutto e i tanti che negli anni sono con loro.

Nessuno, l'ONU in testa, ha mai risposto a queste legittime domande.

Cosa è successo nella riunione che ha tanto preoccupato Mario? Perché questo urgente bisogno di tornare a casa? Perché l’appartamento è stato ripulito prima delle indagini? Perché l’ipotesi di un omicidio non è nemmeno stata presa in considerazione?

il Collettivo 'Giustizia per Mario Paciolla', costituito grazie alla tenacia di mamma Anna e papà Pino, raccoglie prove e testimonianze, facendo pressione sulle autorità italiane e colombiane.

La Procura di Roma dispone una nuova autopsia, che avvalora i sospetti della famiglia: i risultati, infatti, mostrano una serie di ambiguità e confermano che nella prima autopsia effettuata in Colombia sono stati tralasciati dettagli determinanti.

Dall'autopsia italiana emerge, inoltre, che l’orario della presunta morte potrebbe coincidere con quella dell’ultimo accesso di Mario al suo computer. Nel 2022 arriva una prima richiesta di archiviazione, cui la famiglia si oppone.

Nel 2023 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma accoglie l’opposizione e dispone nuove indagini, ma, nel 2024, arriva dalla Procura una nuova richiesta di archiviazione.

La famiglia si oppone di nuovo e tra gennaio e marzo 2025 si svolgono due udienze in merito all’archiviazione.

A giugno 2025 la richiesta di archiviazione viene accolta. La famiglia non ci sta, scende in piazza e si impegna a continuare a lottare fino allo stremo per la gigstizia. Sei anni di contraddizioni e dubbi non fugati. Sei anni senza smettere di chiedere verità e giustizia.

Sei anni per Mario, dieci per Giulio: questa è la salvaguardia dei propri concittadini - italiani - che dimostrano i nostri governi.

Ultimo il governo dei 'patrioti', la cui presidente Meloni sa trovare il tempo per esaltare l'insulso Ultimo, ma non ritiene di spendere una parola per Mario nell'anniversario della sua morte.


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