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Ex capo del Pentagono: Iran non si sconfigge con i bombardamenti
di Leandro Leggeri
Un'analisi del New York Times avverte che la guerra tra Stati Uniti e Iran potrebbe trasformarsi in una nuova «forever war», una lunga campagna militare senza una chiara strategia di uscita, sul modello di Afghanistan e Iraq.
Secondo il quotidiano statunitense, gli obiettivi dichiarati dall'amministrazione Trump – il cambio di regime a Teheran e la fine del programma nucleare iraniano – non sono stati raggiunti. Nel frattempo, la crisi nello Stretto di Hormuz è diventata il principale nodo strategico del conflitto: Washington punta a garantire la libertà di navigazione, mentre Teheran rivendica un ruolo decisivo nel controllo del passaggio.
Diversi analisti citati dal giornale sottolineano come gli Stati Uniti rischino di cadere nella cosiddetta «fallacia della guerra breve», ossia l'idea che una superiorità militare possa tradursi rapidamente in un successo politico. In assenza di un accordo stabile e di una strategia diplomatica credibile, il conflitto potrebbe invece protrarsi per anni.
L'articolo evidenzia inoltre una differenza rispetto alle guerre in Afghanistan e Iraq: l'Iran dispone di una leva economica diretta grazie alla sua capacità di condizionare il traffico energetico nello Stretto di Hormuz, aumentando i costi di un eventuale impegno militare prolungato degli Stati Uniti.
Mark Esper, segretario alla Difesa durante il primo mandato di Donald Trump, ha dichiarato al Financial Times che una campagna basata esclusivamente su attacchi aerei non sarà sufficiente a costringere l'Iran a modificare la propria posizione sullo Stretto di Hormuz.
Secondo Esper, anche un'intensificazione dei bombardamenti difficilmente convincerebbe Teheran a rinunciare al controllo dello stretto. A suo giudizio, Washington dovrebbe invece puntare su una strategia di pressione economica di lungo periodo, capace di isolare l'economia iraniana, pur riconoscendo che ciò comporterebbe tempi lunghi, costi elevati e un inevitabile aumento dei prezzi dell'energia.
L'ex capo del Pentagono ha inoltre espresso preoccupazione per l'impatto della guerra sulle scorte di munizioni, sulla prontezza operativa delle forze armate statunitensi e sulla capacità degli Stati Uniti di affrontare altre sfide strategiche, in particolare quella rappresentata dalla Cina.
Le sue dichiarazioni si inseriscono nel crescente dibattito negli Stati Uniti sulla sostenibilità politica, economica e militare di un conflitto che, secondo numerosi osservatori, rischia di trasformarsi in una lunga guerra di logoramento.
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