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Il disprezzo virtuale diventa azione
di Edoardo Morello
«Sopprimili. Autorizzo». «Lo scalpo è mio». «Senza pietà».
Non è una chat di criminali. Sono messaggi attribuiti a carabinieri della Stazione di Luino, oggi agli atti del processo per la morte di Rachid Nachat, ucciso con un colpo alla schiena nel 2023.
Il parallelismo con l’odio che respiriamo ogni giorno sui social è difficile da ignorare.
Cambiano i ruoli, cambiano le responsabilità, ma la grammatica è la stessa.
Prima si smette di vedere una persona. Poi diventa una «risorsa», un «clandestino», una «merdaccia», una preda.
La violenza comincia così. Con una parola che toglie un volto. Con una battuta che trasforma un essere umano in una categoria. Con il branco che ride e si assolve.
Qui non è in discussione l’Arma intera. È in discussione un’idea del potere, armato e protetto, che considera alcune vite meno degne di altre.
Chi porta una divisa deve difendere la legge, non sentirsi padrone della vita altrui.
E chi sui social semina disprezzo non può poi fingere stupore quando quel disprezzo esce dallo schermo.
 
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