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Servizio Sanitario Differenziato
di Giuseppe Franco Arguto
Credo sia necessario sapere che cosa sta accadendo alla sanità pubblica italiana, quasi nel silenzio generale.
Il Governo ha avviato concretamente il percorso dell’autonomia differenziata con quattro Regioni: Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria.
Il 18 febbraio scorso il Consiglio dei ministri ha approvato gli schemi preliminari di intesa. Il procedimento non è ancora concluso e le nuove autonomie non sono dunque già operative, ma non siamo neppure davanti a una vaga proposta politica: esistono documenti ufficiali, il Governo li ha approvati e il Parlamento sta esaminando il percorso attraverso audizioni e approfondimenti.
Tra le materie sulle quali si sta giocando questa partita c’è la sanità. Bisogna capire bene di che cosa parliamo, perché dietro l’espressione apparentemente burocratica “autonomia differenziata” si nasconde qualcosa che potrebbe incidere direttamente sulla possibilità concreta di curarsi.
Gli stessi documenti ufficiali del Governo prevedono, tra le ulteriori facoltà richieste dalle Regioni, la possibilità di intervenire su specifici tetti di spesa, adottare tariffe di rimborso e remunerazione differenti da quelle nazionali, gestire con maggiore autonomia le risorse destinate alle strutture e alle tecnologie sanitarie e istituire o gestire fondi sanitari integrativi.
Tradotto dal linguaggio amministrativo alla vita reale: alcune Regioni potrebbero acquisire strumenti molto più ampi per organizzare e finanziare il proprio sistema sanitario.
A questo punto qualcuno potrebbe dire: e dove sarebbe il problema?
Il problema è che le Regioni italiane non partono tutte dalla stessa linea di partenza.
Una Regione economicamente forte, con una sanità già capace di attrarre pazienti da altre parti d’Italia, potrebbe disporre di maggiori possibilità per potenziare l’offerta, aumentare le prestazioni e rendere il proprio sistema ancora più attrattivo. Una Regione che già oggi fatica a garantire servizi adeguati, a trattenere medici e infermieri e a impedire la fuga dei propri cittadini verso il Centro-Nord partirebbe invece con tutt’altra forza economica e organizzativa.
Attenzione: non significa che domani mattina, automaticamente, ogni medico lombardo guadagnerà più di un medico calabrese, sarebbe una semplificazione; significa qualcosa di più strutturale: le Regioni più forti potrebbero acquisire maggiore capacità di spendere, organizzare, incentivare e attrarre personale e prestazioni. Questo avverrebbe in un Paese nel quale la migrazione sanitaria dal Sud verso il Centro-Nord esiste già.
Qui il rischio diventa evidente: una Regione già forte attrae più pazienti e più professionisti; ne consegue che la mobilità sanitaria porta risorse verso quella Regione; nel frattempo le Regioni più deboli perdono cittadini, denaro e personale. Ergo, queste Regioni perdono risorse e diventano ancora meno capaci di migliorare i propri servizi.
Non è una profezia inevitabile, ma è un rischio tanto serio che è stato sollevato nelle audizioni parlamentari da organismi come la Fondazione GIMBE e la SVIMEZ, che hanno messo in guardia dalla possibilità di aggravare ulteriormente i divari territoriali già esistenti nella sanità italiana.
Ed è questo il punto che mi inquieta maggiormente.
Noi continuiamo a chiamarlo Servizio sanitario nazionale, ma da anni il diritto concreto alla salute dipende già troppo dal luogo in cui una persona nasce e vive. Ci sono cittadini che trovano una visita in tempi accettabili e cittadini costretti ad aspettare mesi; ci sono persone che si curano vicino casa e altre che devono attraversare l’Italia; ci sono famiglie che, per ottenere una terapia, devono pagare viaggio, soggiorno e giorni di lavoro perduti. Invece di ridurre queste distanze, stiamo imboccando una strada che rischia di renderle strutturali.
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 192 del 2024, ha già profondamente ridimensionato la legge sull’autonomia differenziata, stabilendo fra l’altro che non possono essere trasferite genericamente intere materie, ma soltanto specifiche funzioni, che devono essere adeguatamente motivate. Eppure il percorso politico è ripartito e oggi siamo davanti a nuove intese concrete con quattro Regioni.
Dovremmo finalmente porci una domanda: che cosa resta dell’universalità del diritto alla salute quando la qualità e l’accessibilità delle cure dipendono sempre più dalla ricchezza del territorio in cui viviamo? Perché un diritto fondamentale non dovrebbe migliorare per alcuni grazie alla capacità economica della propria Regione e peggiorare per altri a causa della debolezza della propria.
Non esistono malati lombardi, veneti, siciliani o calabresi; esistono persone che hanno diritto a essere curate. Vale a dire che quando lo Stato accetta che quel diritto possa avere un valore diverso a seconda del territorio, non sta semplicemente concedendo maggiore autonomia amministrativa, ma sta cominciando a dirci che anche l’uguaglianza può avere un codice di avviamento postale.
 
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