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Mafiosi che "avevano il pase nelle mani". Intercettazioni necessarie
di Santina Sconza*
La Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria ha confermato la condanna all’ergastolo per Giuseppe Graviano boss di Cosa Nostra e per il mammasantissima di Melicucco Rocco Santo Filippone, al termine del nuovo giudizio disposto dopo l’annullamento con rinvio della precedente sentenza da parte della Corte di Cassazione.
Al centro del processo ci sono tre episodi criminali: due tentati omicidi e il duplice omicidio del 18 gennaio 1994, quando sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria vennero assassinati i militari dell'Arma dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo.
Un attacco a simboli dello Stato con un fine diabolico: far percepire la potenza delle cosche e la capacità delle stesse di dichiarare guerra alle istituzioni democratiche.
Il secondo grado bis ribadisce che Graviano e Filippone sono stati ispiratori e partecipi di una strategia del terrore – decisa sia da Cosa Nostra sia dalla mafia calabrese – che raggiunse il suo culmine nell’agguato ai due carabinieri.
Dopo le stragi di Capaci e Via D'Amelio nel 1992, Cosa Nostra decise di alzare il tiro per provare a costringere lo Stato a scendere a patti.
Si doveva far paura allo Stato, si voleva una Trattativa Stato-Mafia, che puntava all'abolizione del carcere duro (il regime di 41-bis) e alla riforma della legge sui collaboratori di giustizia.
E come si poteva far paura allo Stato?
Spostando la strategia stragista, dopo gli attentati di Palermo, sulle città d'Italia colpendo il patrimonio culturale e l'opinione pubblica a Firenze (strage di Via dei Georgofili), Milano (strage di Via Palestro) e a Roma, con le bombe alle basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro.
Unire le forze delle mafie in una campagna di terrore globale con il popolo spaventato dalle stragi.
Un piano che non doveva essere più un'esclusiva siciliana, Giuseppe Graviano, per conto di Cosa Nostra, cercò e ottenne l'appoggio dei vertici della 'Ndrangheta calabrese (rappresentata in quel momento proprio dai De Stefano di Reggio Calabria e dai Piromalli della Piana di Gioia Tauro).
Colpire i rappresentanti dello Stato, il martirio di Antonio Fava e Vincenzo Garofalo, in territori diversi dalla Sicilia per dimostrare allo Stato una potenza militare coordinata su scala nazionale.
Mandare un messaggio chiaro ai palazzi del potere a Roma, proprio mentre il Paese stava vivendo una delicata transizione politica con la fine della Prima Repubblica.
Se non ci fossero state le intercettazioni telefoniche forse non si sarebbe scoperta questa strategia e l'unione fra le due mafie 'Ndrangheta e Cosa nostra.
Le intercettazioni sono necessarie.
C’è un passaggio dell’indagine, che viene considerato significativo anche nella valutazione delle carte, proseguito fino alla sentenza, e cioè le convinte considerazioni di stima che Filippone rivolge, senza sapere di essere intercettato, nei confronti di Giuseppe Graviano e di suo fratello Filippo.
Filippone li indica, in una intercettazione in carcere, come i veri eredi di Riina.
Sarebbero loro gli unici a poter ambire al ruolo che fu di Zi Totò, l’indiscusso leader dei Corleonesi.
La storica intercettazione in carcere del boss Totò Riina:
"Se non avessimo l'appoggio della politica saremmo solo una banda di sciacalli".
Questa frase sottolinea come, secondo lo stesso Riina, il vero punto di forza della mafia non fosse la violenza in sé, ma la capacità di tessere relazioni istituzionali e legami con il potere politico ed economico.
Diventare una grande potenza, sostituirsi allo stato democratico, il malefico disegno della massoneria, con servizi segreti deviati e fascisti, autori di stragi già dagli anni sessanta.
Il rito della affiliazione tra 'Ndrangheta e Cosa Nostra lo si deve al collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese.
Boss storici della ’ndrangheta erano stati battezzati anche in Sicilia, arrivando ad avere ruoli di comando anche al di là dello Stretto.
La doppia affiliazione non è un particolare di scarso interesse, perché va a confermare l’esistenza di una sinergia criminale tra le due mafie.
A nulla sono valsi i contenuti della dichiarazioni spontanee di Graviano prima dell’inizio della Camera di consiglio.
Ai giudici ha detto di non avere mai avuto contatto con i Piromalli e di non essere mai stato nella zone in cui gli uomini della cosca della Piana di Gioia Tauro avrebbero agito.
Graviano, dunque, si è smarcato dai suoi presunti sodali e di conseguenza da Filippone, del quale i magistrati hanno sempre disegnato un profilo di eminenza grigia.
Ma chi è Giuseppe Graviano, con il soprannome "Madre Natura" (perché aveva il potere di concedere o togliere la vita), ce lo spiega Gaspare Spatuzza.
Nel 2008 il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, ex sottoposto dei fratelli Graviano, ha dichiarato che Giuseppe Graviano nel 1994 gli avrebbe confidato che "avevano il Paese nelle mani" grazie ai contatti con Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.
Chiamato a testimoniare al processo a carico di Dell'Utri sulle accuse di Spatuzza, Giuseppe Graviano decise di non rispondere per il momento alle domande dell'accusa lamentando problemi di salute dovuti al 41 bis.
Nel 2017 furono rese pubbliche alcune intercettazioni di Giuseppe Graviano effettuate durante l'ora d'aria con un altro detenuto, il camorrista Umberto Adinolfi, mentre parlava di incontri con Berlusconi, cui avrebbe fatto una "cortesia" ma poi “pigliò le distanze e ha fatto il traditore”.
Le intercettazioni di Graviano confluirono negli atti del processo sulla trattativa Stato-Mafia e il legale di Berlusconi, l'avvocato Niccolò Ghedini, bollò le accuse come "illazioni e notizie infamanti prima del voto, non avendo mai avuto alcun contatto il presidente Berlusconi né diretto né indiretto con il signor Graviano".
C'è chi afferma che oggi Graviano sarebbe pronto a parlare, in caso positivo si aprirebbero nuovi scenari sulla Trattativa Stato-Mafia e gli intrecci tra mafia e politica.
* Coordinatrice Commissione Politica e Questione Morale dell'Osservatorio
 
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