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10 luglio 2026
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Abd e Asher: due bambini
di Rosa Rinaldi

Mentre Israele continua a bombardare Gaza e uccidere bambini, mentre regala droni ai coloni terroristi della Cisgiordania, sul nostro territorio, precisamente a Trieste, viene ospitata una conferenza dal titolo "Italia e Israele: l'una nello sguardo dell'altra".

Conferenza che ha visto tra gli ospiti principali perfino il consigliere di Netanyahu e ben due Ministri (Gideon Saar e Amichai Chikli), oltre all' l'ambasciatore israeliano Jonathan Peled.

È incredibile quanto l'Italia sia completamente nullificata nei confronti di questo Stato e come sul nostro territorio si accettino conferenze in cui autori di strage possono tranquillamente affermare che "non ci può essere riconciliazione con i palestinesi" o dove sedicenti pacifiste continuano a diffondere fake sul 7 ottobre o dove si può continuare a manifestare odio contro i musulmani.

Ma una cosa in particolare che colpisce è che nella conferenza è stato chiesto agli ebrei italiani di essere "maggiormente presenti sui media". Come se non avessimo già centinaia di agenzie filoisraeliane che coprono i misfatti di Israele, usando un negazionismo tra l' altro del tutto controfattuale.

Comunque gli ebrei che dovrebbero far sentire la loro voce con più forza non sono questi, che già strepitano abbastanza con l'aiuto di influencer razzisti, ma quelli che rinnegano l'associazione malevola tra Israele e popolo ebraico, nonché la strumentalizzazione della memoria della shoah in modo criminogeno.

Una memoria che invece dovrebbe insegnare che l'"amore protegge".

"L'amore protegge". È esattamente questo il titolo del post della dottoressa ebrea israeliana Natalie Pik, che scrive (traduzione).

"Una volta ho letto, da qualche parte, che lo scopo dell'amore è proteggere.

Abd al-Rahman Badwan aveva solo sei anni.

Viveva nel quartiere di al-Zaytoun. Leggo che un tempo era un quartiere antico e bellissimo: c'erano i mercati, una moschea (naturalmente), ma anche una chiesa cristiana ortodossa, la Chiesa di San Porfirio. Era un quartiere popolare e densamente abitato, con vicoli stretti, scuole e tantissima gente.

Alcune famiglie vi vivevano da secoli; altre erano arrivate a Gaza nel 1948, costrette ad abbandonare le proprie case dopo bombardamenti, massacri e minacce, come Israele sa fare.

I luoghi da cui erano fuggite avevano ricevuto altri nomi. A volte simili a quelli originali, a volte no.

Che importanza aveva, ormai? Non appartenevano più a loro.

Poi hanno iniziato a dire che la Palestina, in fondo, non era mai esistita.

Non sono sicura che il piccolo Abd sapesse distinguere chi appartenesse a una famiglia antica e rispettata del quartiere e chi fosse arrivato solo nel 1948. Anzi, non sono nemmeno sicura che abbia mai conosciuto quel quartiere com'era prima che diventasse un cumulo di macerie.

Era solo un bambino.

Molti anni fa, quando tornai dagli studi in Australia, affittai una piccola stanza in via HaMasger per aprirvi il mio studio.

Il primo paziente che ricevetti era un sopravvissuto ungherese alla Shoah, ottantaquattro anni.

«Sai», mi disse un giorno, «la cosa più difficile da comprendere non sono le grandi tragedie, quelle che arrivano e sono arrivate, e un giorno te ne parlerò. La cosa più difficile è che, all'improvviso, scompare la normalità.»

«Che cosa intendi?».

«Un giorno c'è la vita di tutti i giorni: la scuola, l'insegnante che si arrabbia se fai tardi, il negoziante, il marciapiede. Come qui fuori, quello che vedi ogni giorno.»

«E poi?». «E poi, nel giro di un giorno, non c'è più nulla. Non resta nemmeno il marciapiede.»

Asher – lo chiamerò così – mi guardò con occhi che cercavano ostinatamente di essere duri e vuoti. Ma non ci riuscivano.

I suoi occhi non erano né duri né vuoti. Vi vidi esattamente il contrario. E tacqui, per non spaventarlo.

Una volta lessi in un libro che lo scopo dell'amore è proteggere.

E che chi, da bambino, non ha conosciuto un amore capace di proteggere, ha maggiori probabilità di ritrovarsi, da adulto, in relazioni distruttive.

Asher era vedovo. Quando gli chiesi se avesse amato sua moglie, gli uscì dalla gola un suono secco, a metà tra un latrato e uno stridio. «Nella comunità ultraortodossa non esiste una cosa come l'amore.»

«Che cosa vuol dire?» «Non esiste intimità.»

Vedendo il mio sguardo interrogativo, cercò di spiegarsi: «Non sei mai davvero solo con tua moglie. C'è sempre Dio in mezzo. E comunque», aggiunse, «io non so nemmeno che cosa sia l'amore. Tu lo sai?».

Asher aveva sei anni quando la Shoah arrivò alla sua porta.

Fuggì con le sue gambe di bambino, si nascose nei fienili e nelle stalle, si finse cristiano e riuscì a sopravvivere nei modi più impensabili.

Non aprì mai il suo cuore a nessuno. «Io non mi fido di nessuno», diceva.

Credo che fosse questo, insieme alla sua intelligenza straordinariamente lucida, ad averlo reso un investigatore così famoso dell'Agenzia delle Entrate.

«Non mi fido nemmeno di te», mi disse. «Perché?» «Perché, in realtà, di me non ti importa.» «Invece sì.»

«Ma dai... Se non avessi soldi, non mi prenderesti in cura.» «Ti sbagli», gli risposi.

Le sue labbra si piegarono appena in un sorriso sottile.

Ho visto un video in cui il padre di Abd al-Rahman stringe a sé il figlio maggiore, che avrà avuto otto anni. Piangono entrambi.

«Abd aveva sei anni», singhiozza il padre. «Andava all'asilo. Quel giorno è tornato dall'asilo come sempre.
Non ho altri che Dio, è a Lui che mi affido.
Era il mio bambino. È il primo figlio che ho perduto.
Abd al-Rahman stava giocando con un suo amico. L'amico gli ha detto: "Vieni, giochiamo davanti a casa."
Poi è stato colpito da un proiettile.
La forza dell'impatto lo ha scaraventato a diversi metri di distanza.
L'altro bambino è scappato.
Il mio Abd aveva solo sei anni.
È morto tra le braccia di suo fratello.»

Non sapremo mai quanto questa realtà spaventosa abbia inciso sul piccolo Abd. Non sapremo mai quanto si sentisse al sicuro tra le braccia di suo padre o di sua madre, o se, nella sua breve vita, abbia mai conosciuto davvero la sensazione di essere protetto.

Abd al-Rahman Badwan giace immobile tra le braccia di suo padre.

Un cucciolo. Silenzioso. Il volto delicato, serio.

Nonostante tutto ciò che fa l'esercito israeliano, e tutto ciò che hanno fatto e continuano a fare altri eserciti crudeli, a volte le persone sopravvivono, in modi che sembrano impossibili, e raccontano.

Da bambina pensavo che l'esercito fosse un uomo cattivo: mio padre usciva di casa con un'uniforme verde e tornava stanco, senza mai portare regali.

Lo penso ancora.

E oggi so anche che, in questo mondo, non ci verrà concessa alcuna grazia.

Tutto è già stato deciso".

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