 |
Il carnefice si contagia con il male che ha seminato
di Emma Buonvino
C'è una convinzione antica, presente nella tragedia greca, nella filosofia e nella psicologia: il male non distrugge soltanto chi lo subisce. Finisce, prima o poi, per corrodere anche chi lo infligge.
Non è una legge mistica. È una dinamica umana.
Mentre a Gaza continuano a morire migliaia di persone sotto le bombe, per la fame, per la sete e per il collasso del sistema sanitario, dentro Israele emerge un'altra tragedia, diversa ma significativa.
È lo stesso quotidiano israeliano Haaretz a parlarne senza mezzi termini: una società che sta collassando sotto il peso della guerra.
I dati sono eloquenti.
Il Dipartimento per la Riabilitazione del Ministero della Difesa israeliano seguiva, prima della guerra, circa 62.000 veterani, di cui 11.000 con disturbi psicologici.
Oggi i veterani assistiti sono diventati 82.000 e quelli affetti da disturbi psichici sono saliti a 31.000. In poco più di un anno, i casi di sofferenza mentale sono quasi triplicati.
Dietro questi numeri ci sono insonnia, attacchi di panico, depressione, dipendenze, famiglie distrutte, soldati incapaci di tornare a una vita normale e, purtroppo, anche suicidi.
Naturalmente, nulla di tutto questo può essere paragonato alla devastazione subita dalla popolazione palestinese. Sarebbe un errore morale e storico confondere chi vive sotto le bombe con chi appartiene alla società dello Stato che conduce la guerra.
Ma esiste una verità che la storia continua a ricordarci.
La violenza sistematica lascia cicatrici ovunque.
Distrugge le città che colpisce.
E lentamente logora anche la coscienza della società che la produce.
Quando un'intera comunità si abitua alla morte quotidiana, alla disumanizzazione dell'altro e alla guerra come normalità, il prezzo non viene pagato soltanto oltre il confine.
Viene pagato anche dentro le case.
Negli ospedali psichiatrici.
Nelle famiglie.
Nelle scuole.
Nelle coscienze.
Forse è questa la forma più subdola della guerra.
Non si limita a uccidere i corpi.
Trasforma, poco alla volta, anche le anime.
Per questo la pace non è soltanto la fine delle armi.
È l'unica possibilità che resta per salvare, insieme alle vittime, anche ciò che rimane dell'umanità di chi oggi continua a combattere.
La guerra non produce solo vittime e distruzione materiale; quando diventa una condizione permanente, finisce per lacerare anche il tessuto morale e psicologico della società che la conduce. Questo rende ancora più evidente quanto sia urgente fermarla.
VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA
 
Dossier
diritti
|
|