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02 luglio 2026
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Il carnefice si contagia con il male che ha seminato
di Emma Buonvino

C'è una convinzione antica, presente nella tragedia greca, nella filosofia e nella psicologia: il male non distrugge soltanto chi lo subisce. Finisce, prima o poi, per corrodere anche chi lo infligge.

Non è una legge mistica. È una dinamica umana.

Mentre a Gaza continuano a morire migliaia di persone sotto le bombe, per la fame, per la sete e per il collasso del sistema sanitario, dentro Israele emerge un'altra tragedia, diversa ma significativa.

È lo stesso quotidiano israeliano Haaretz a parlarne senza mezzi termini: una società che sta collassando sotto il peso della guerra.

I dati sono eloquenti.

Il Dipartimento per la Riabilitazione del Ministero della Difesa israeliano seguiva, prima della guerra, circa 62.000 veterani, di cui 11.000 con disturbi psicologici.

Oggi i veterani assistiti sono diventati 82.000 e quelli affetti da disturbi psichici sono saliti a 31.000. In poco più di un anno, i casi di sofferenza mentale sono quasi triplicati.

Dietro questi numeri ci sono insonnia, attacchi di panico, depressione, dipendenze, famiglie distrutte, soldati incapaci di tornare a una vita normale e, purtroppo, anche suicidi.

Naturalmente, nulla di tutto questo può essere paragonato alla devastazione subita dalla popolazione palestinese. Sarebbe un errore morale e storico confondere chi vive sotto le bombe con chi appartiene alla società dello Stato che conduce la guerra.

Ma esiste una verità che la storia continua a ricordarci. La violenza sistematica lascia cicatrici ovunque.

Distrugge le città che colpisce.

E lentamente logora anche la coscienza della società che la produce.

Quando un'intera comunità si abitua alla morte quotidiana, alla disumanizzazione dell'altro e alla guerra come normalità, il prezzo non viene pagato soltanto oltre il confine.

Viene pagato anche dentro le case.
Negli ospedali psichiatrici.
Nelle famiglie.
Nelle scuole.
Nelle coscienze.

Forse è questa la forma più subdola della guerra.

Non si limita a uccidere i corpi. Trasforma, poco alla volta, anche le anime.

Per questo la pace non è soltanto la fine delle armi.

È l'unica possibilità che resta per salvare, insieme alle vittime, anche ciò che rimane dell'umanità di chi oggi continua a combattere.

La guerra non produce solo vittime e distruzione materiale; quando diventa una condizione permanente, finisce per lacerare anche il tessuto morale e psicologico della società che la conduce. Questo rende ancora più evidente quanto sia urgente fermarla.

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