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29 giugno 2026
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Libano: Berri lavora a fronte trasversale contro accordo con Israele
di Leandro Leggeri

Il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri, leader del Movimento Amal e storico alleato di Hezbollah, starebbe lavorando alla costruzione di un ampio fronte politico nazionale per respingere il nuovo accordo tra Libano e Israele firmato il 26 giugno a Washington.

Secondo quanto riportato dal quotidiano libanese Elnashra, Berri punta a riunire forze politiche appartenenti a diverse comunità religiose, evitando qualsiasi deriva settaria e mantenendo l'opposizione all'intesa entro il quadro costituzionale e parlamentare.

Fonti citate dal giornale sostengono che Berri sia rimasto profondamente sorpreso dalle concessioni accettate da Beirut durante i negoziati. Le critiche all'accordo, inoltre, non proverrebbero soltanto da Hezbollah, ma coinvolgerebbero anche esponenti politici e religiosi sunniti e altre personalità che ritengono il testo eccessivamente sbilanciato a favore di Israele.

Nelle ultime ore anche diversi dirigenti di Hezbollah hanno ribadito la loro netta contrarietà. Mahmoud Qamati ha definito l'accordo «nato morto», mentre il deputato Hussein al-Hajj Hassan lo ha descritto come una «resa», affermando che «nessuno disarmerà la resistenza».

In un'intervista rilasciata ad Al-Akhbar, Berri ha dichiarato che l'intesa «non passerà e non verrà attuata», precisando tuttavia che la battaglia politica sarà condotta esclusivamente attraverso le istituzioni. Il leader di Amal ha inoltre definito il nuovo accordo «dieci volte peggiore dell'accordo del 17 maggio 1983», il trattato tra Libano e Israele che non entrò mai in vigore.

L'intesa firmata a Washington prevede il disarmo di Hezbollah prima di qualsiasi ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale, l'istituzione di «zone pilota» nelle quali l'esercito libanese dovrebbe operare in coordinamento con Israele e limita inoltre la possibilità per Beirut di presentare ricorsi internazionali contro Tel Aviv.

Fonti israeliane e libanesi parlano infine dell'esistenza di clausole riservate che rafforzerebbero ulteriormente il controllo israeliano sul processo di attuazione dell'accordo.

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