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Ulivi in Palestina: non è solo agricoltura
di
Emma Buonvino
In Palestina gli ulivi non sono semplicemente alberi.
Sono memoria, identità, economia e diritto alla terra. Molti hanno centinaia di anni e vengono tramandati di generazione in generazione come parte del patrimonio familiare. Per decine di migliaia di famiglie palestinesi rappresentano la principale fonte di reddito agricolo.
Da anni, però, organizzazioni internazionali, agenzie delle Nazioni Unite e associazioni israeliane per i diritti umani documentano una pratica ricorrente: ulivi sradicati, incendiati, segati o vandalizzati, insieme ad aggressioni contro gli agricoltori che cercano di raccogliere le olive.
Secondo i dati dell'ONU, migliaia di alberi vengono distrutti ogni anno in Cisgiordania. Nel solo 2023, l'Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha stimato che oltre 10.000 ulivi palestinesi siano stati vandalizzati, prevalentemente da coloni israeliani, mentre circa 96.000 dunum di terreni coltivati a ulivo sono rimasti inaccessibili ai proprietari palestinesi a causa delle restrizioni imposte dall'esercito israeliano e della violenza dei coloni.
L'effetto non è soltanto economico.
Un ulivo impiega decenni per raggiungere la piena produttività. Distruggerlo significa togliere a una famiglia il raccolto di oggi e quello dei prossimi decenni. Significa rendere la permanenza su quella terra sempre più difficile.
È qui che emerge una questione centrale.
Molti osservatori internazionali sostengono che la distruzione sistematica degli uliveti, le restrizioni di accesso ai campi, la violenza dei coloni e l'espansione degli insediamenti non siano episodi isolati, ma elementi di un processo che porta progressivamente allo spopolamento di aree palestinesi della Cisgiordania.
L'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha affermato che politiche e azioni israeliane «sembrano mirare a svuotare alcune aree della Cisgiordania della popolazione palestinese, favorendo l'espansione degli insediamenti e consolidando l'annessione di vaste porzioni del territorio».
Questa è un'affermazione delle Nazioni Unite, non un'opinione.
Israele, dal canto suo, respinge molte accuse, sostenendo che alcune rimozioni di alberi avvengono per esigenze di sicurezza, durante operazioni militari o perché gli alberi si trovano in aree oggetto di controversie legali o di costruzione di infrastrutture. Tuttavia, le organizzazioni umanitarie osservano che una parte consistente delle distruzioni documentate è attribuita ad attacchi di coloni e denunciano un'applicazione insufficiente della legge contro i responsabili.
Per un palestinese, perdere un ulivo non significa soltanto perdere un raccolto.
Significa vedere reciso il legame con la propria terra.
Per questo molti studiosi parlano di una strategia che non colpisce soltanto l'economia, ma anche l'identità e la continuità della presenza palestinese. Sradicare un ulivo significa rendere più facile sradicare chi quell'ulivo lo ha piantato, curato e custodito per generazioni.
Perché un popolo può essere espulso anche senza salire su un camion.
Basta rendergli impossibile continuare a vivere sulla propria terra.
Fonti:
Nazioni Unite
OCHA Territorio Palestinese Occupato
The United Nations Office at Geneva
Reuters
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