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Imparare a "convivere"
di
Rosa Rinaldi
È tornato di moda il peggiore paradigma coloniale, quello che considera occupante e occupato appartenere a due razze diverse, l' una superiore all'altra.
Non è inusuale imbattersi in commenti in cui i Palestinesi sono definiti "selvaggi", come nella peggiore nomenclatura coloniale suprematista.
Di seguito trovate la traduzione di un bellissimo post dell'attivista ebrea israeliana Sivan Tahel, una di quelle che con il proprio corpo protegge i palestinesi dai coloni.
La chiamano "presenza protettiva".
Ecco come, lei, che li conosce bene, parla dei palestinesi che subiscono i pogrom quotidiani da parte dei coloni.
Leggete e giudicate voi chi sono i "selvaggi.
Scrive Sivan Tahel:
"Sulla strada del ritorno mi sono fermata ad Aqraba per comprare qualcosa da bere.
Davanti al negozio c'erano alcuni ragazzi.
Abbiamo parlato nel mio arabo stentato e nel loro ebraico stentato. Mi hanno fatto un sacco di domande e ridacchiavano, come sanno fare gli adolescenti per qualsiasi sciocchezza.
Tra loro c'era un ragazzo con metà del viso ferita e una grossa fasciatura al collo.
Mi ha chiesto da dove venissi. Quando gli ho detto dove svolgo attività di presenza protettiva, ha sorriso e mi ha detto: «Ho dei parenti lì. Grazie».
Poi ha aggiunto: «Sono io quello che l'esercito ha investito due settimane fa, se ti ricordi».
Certo che me lo ricordavo.
Non lui personalmente, ma il video in cui viene travolto mentre è in moto.
Gli ho detto che mi dispiaceva.
Mi ha guardata e mi ha detto:
«Non devi dispiacerti. Non sei stata tu a farlo. Io starò bene».
Tra l'altro, questa è una delle cose più difficili da capire finché non si arriva qui: sapere non significa conoscere davvero.
Si possono guardare video, seguire le notizie e pensare di aver compreso quanto sia terribile questa realtà.
Ma non è nulla rispetto al momento in cui una persona smette di essere una figura in un filmato e si ritrova davanti a te.
Niente ti prepara all'istante in cui la guardi negli occhi.
Sono salita in macchina. Guidava un'amica.
Due dei ragazzi ci hanno accompagnate in bicicletta per essere sicuri che non sbagliassimo strada, salutandoci con un «Salaam!» gridato da lontano.
Ho aperto Facebook.
Ho iniziato a leggere tutti i commenti della giornata, in cui ebrei auguravano la morte a me e a chiunque non fosse come loro.
Questo dopo aver trascorso un'intera giornata a vedere ebrei religiosi tagliare, per la terza volta, la conduttura dell'acqua che rifornisce un intero villaggio palestinese, picchiare due ragazzi, prendere a calci gli attivisti più anziani che erano con me e poi chiamare l'esercito perché li proteggesse.
In seguito ho visto soldati e agenti della polizia di frontiera ebrei, a volto coperto, proteggerli, farci il segno della vittoria, ridere, ruttare, sputare nella nostra direzione e, infine, trasformarci negli «anarchici» della situazione (qualcuno dovrebbe davvero cercare su Google il significato di questa parola).
Un sistema che funziona esattamente come è stato progettato per funzionare e nel quale è chiarissimo, anche nel rapporto tra coloni ed esercito, chi detenga il potere.
Ma io sono ebrea.
Un'ebrea cresciuta in una famiglia tradizionale e, proprio per questo, non riesco a trasformare queste persone in un semplice «loro».
Fanno parte della mia storia, anche quando mi oppongo a loro con tutto il cuore. Ed è una frattura con cui, a quanto pare, non ho ancora imparato del tutto a convivere.
Oggi il patriarca dei coloni violenti della zona ci ha chiesto: «Non avete niente di meglio da fare che venire qui ogni sabato? Non avete figli?».
L'ho guardato.
Accanto a lui c'erano i suoi due figli: malati, trascurati, maleodoranti, intenti soltanto a compiacerlo in cambio di altra violenza.
Dall'altra parte della strada possiede una fattoria enorme; ha anche una casa in un altro insediamento, una cantina e un passaporto britannico. Un privilegiato che ha tutto e che sceglie di passare ogni sabato a espropriare, picchiare e mentire, insieme ai suoi figli e a tutta la sua corte di servitori accorsi a proteggerlo.
E poi c'è quel ragazzo.
Proprio nel luogo in cui esistono infinite ragioni per odiare, proprio chi vive sotto quel potere disumano è riuscito a conservare la propria umanità.
Mentre io mi ritrovo di fronte a persone del mio stesso popolo, che detengono tutto il potere del mondo e non hanno una sola goccia di valori, di compassione o di umiltà.
Ed è una frattura con cui, a quanto pare, non ho ancora imparato del tutto a convivere".
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