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21 giugno 2026
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Le vittime invisibili
trad. di Antonella Salamone

Ciò che la maggior parte delle persone non capisce – ciò che raramente finisce sui titoli – è che quando si legge "10 palestinesi uccisi", "5 feriti", "25 feriti", i numeri sono solo una frazione della storia. Le morti visibili sono solo l'inizio.

Ciò che non viene mai contato sono le vittime invisibili: le anime vive e respiranti che hanno assistito a tutto questo e che non saranno mai più, veramente, le stesse.

Per ogni corpo estratto dalle macerie, ci sono cento cuori spezzati in mille pezzi.

C'è il paramedico arrivato con pochi secondi di ritardo, con la polvere ancora depositata. Rivive quel momento ancora e ancora, il ciclo orribile nella sua mente, chiedendosi se una svolta diversa, un passo più veloce, avrebbe potuto fare la differenza. Porterà quel peso schiacciante, quell'infinito "e se...", per sempre.

C'è il vicino che ha sentito l'esplosione – un suono che lacera più della semplice aria – ed è corso a piedi nudi nella polvere e nel sangue, con una preghiera disperata sulle labbra. Solo per trovare qualcuno che amavano, qualcuno con cui erano cresciuti, un volto inciso nei loro primi ricordi, ora senza vita a terra.

C'è l'uomo che, con mani scorticate e sanguinanti, ha cercato di disseppellire qualcuno mentre l'aria ancora puzzava di fuoco e disperazione.

C'è il medico che culla tra le braccia il corpo immobile di un bambino, la sua impossibile leggerezza, e crolla di fronte a una folla di sconosciuti perché il giuramento che ha fatto – guarire, salvare – continua a scivolargli tra le dita come sabbia. Torna a casa, stringe a sé i suoi figli e guarda i loro volti addormentati, chiedendosi come facciano a essere ancora vivi.

C'è la giornalista che registra un funerale, poi un altro, e un altro ancora, finché volti e nomi non si confondono in un dolore insopportabile. Preme il pulsante di registrazione, scrive le parole, ma una domanda agghiacciante le echeggia nella mente: *Qualcosa di tutto questo avrà importanza? Il mondo è diventato insensibile al dolore palestinese?".

C'è l'insegnante che non ha più un'aula, distrutta dalle bombe e dai sogni infranti. Ora insegna ai bambini non a leggere, ma a trovare il rifugio più vicino, a gettarsi e ripararsi, a sopravvivere. Conta i suoi studenti al mattino, con una preghiera silenziosa sulle labbra, e di nuovo la sera, terrorizzata da chi non si presenterà domani.

C'è la madre che guarda il figlio allontanarsi per andare a prendere un sacco di farina: "solo pochi minuti", si dice, cercando di calmare il tremore nelle mani. Ogni secondo che passa si trasforma in un'ora di straziante tortura. Quando torna, trattiene il respiro, scrutandolo con gli occhi, finché non riesce a vedere che è ancora intero, che respira ancora. E quando non torna, quell'istante, quell'ultimo sguardo, si trasforma in una vita di "e se?" e "perché proprio lui?", una ferita che non si rimarginerà mai.

C'è il bambino che ha visto troppo, troppo piccolo. Gli orrori sono impressi a fuoco nella sua tenera mente. Non parlano più, la voce rubata dal trauma. Sussultano a ogni suono improvviso, a ogni botto lontano. Si stringono più forte alla mano del padre, una stretta piccola e colma di immensa paura, perché sanno, con agghiacciante certezza, che a Gaza la gente scompare senza preavviso.

Questi sono i dolori che non contiamo. Le perdite che non elenchiamo. Le ferite che non sanguinano ma si incidono profondamente nell'anima, senza mai guarire veramente.

A Gaza, la sopravvivenza non è l'assenza della morte, è una danza quotidiana e disperata con essa. È imparare a vivere tra i fantasmi, visibili e invisibili. È portare il peso insopportabile di ciò che hai visto, di ciò che non sei riuscito a fermare e di ciò che non dimenticherai mai e poi mai.

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