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263 giornalisti uccisi: la strage della verità si consuma nel silenzio
di Emma Buonvino
C'è una guerra dentro la guerra di Gaza. È la guerra contro chi racconta ciò che accade.
Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), dal 7 ottobre 2023 almeno 263 giornalisti e operatori dell'informazione sono stati uccisi tra Gaza, il Libano e i fronti collegati. È il bilancio più alto mai registrato dall'organizzazione da quando ha iniziato a raccogliere questi dati nel 1992.
Dietro ogni numero c'è un volto, una famiglia, una storia interrotta. Ci sono reporter che hanno continuato a documentare bombardamenti, fame, sfollamenti e morte mentre le loro stesse case venivano distrutte e i loro familiari uccisi. Molti sono morti con la telecamera in mano, con il giubbotto "PRESS" addosso, mentre svolgevano il lavoro che ogni società democratica dichiara di voler difendere: informare.
La morte di centinaia di giornalisti non è soltanto una tragedia umana. È un colpo diretto al diritto dei cittadini del mondo di conoscere la verità. Quando vengono eliminati i testimoni, diventa più facile nascondere i crimini, manipolare i fatti, cancellare le vittime dalla memoria collettiva.
Le organizzazioni internazionali per la libertà di stampa denunciano da mesi un livello di devastazione senza precedenti. Gaza è diventata uno dei luoghi più pericolosi al mondo per esercitare il giornalismo. Intere redazioni sono state distrutte, reporter feriti, arrestati o costretti a lavorare senza alcuna protezione, spesso affamati e sfollati come il resto della popolazione civile.
La domanda che dovrebbe inquietare tutti noi non è soltanto quanti giornalisti siano stati uccisi. La domanda è perché una strage di questa portata non abbia provocato una mobilitazione internazionale proporzionata. Perché l'uccisione sistematica di chi documenta la guerra non occupi le prime pagine ogni giorno. Perché il mondo sembri essersi abituato all'idea che chi racconta la sofferenza possa diventare esso stesso un bersaglio.
Non si tratta di schierarsi per una parte politica. Si tratta di difendere un principio fondamentale: senza giornalisti liberi e vivi non esiste controllo sul potere, non esiste trasparenza, non esiste democrazia.
Ogni giornalista ucciso rappresenta una finestra che si chiude sulla realtà.
Duecentosessantatré giornalisti uccisi rappresentano il tentativo di oscurare un'intera guerra.
E quando muore la verità, insieme ai giornalisti, a perdere siamo tutti.
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